Negli ultimi anni, abbiamo sentito parlare spesso di casi in cui dei contenuti sessualmente espliciti di una persona sono stati diffusi senza consenso e le conseguenze di ciò, anche drammatiche, sono state accusate quasi solo dalla vittima.

Ciò che preoccupa di questi avvenimenti è che la storia è praticamente sempre la stessa. Infatti la vittima è donna, il carnefice è uomo e le persone che vivono attorno alla situazione non danno sostegno alla vittima, spesso anche giustificando il reato del carnefice.

Il caso della maestra di Torino è stato solo uno dei tanti reati di quello che ora viene chiamato Revenge Porn, letteralmente “vendetta tramite contenuti pornografici”. Ciò di cui va preso nota in questa questione è la risposta che la vittima ha avuto il coraggio di avere, perché nonostante nessuno sia stato capace di mettersi nei suoi panni e tutti le abbiano remato contro, è riuscita a denunciare e a ribadire che in questi casi l’unico colpevole deve essere chi ha effettivamente commesso il reato. Ciò non è scontato poiché la nostra società è fondata sulla cultura dello stupro, dove è naturale affibbiare alla vittima colpe che non ha, come la classica “gonna corta” o il “se l’è cercata”, a seconda del tipo di abuso subito.

La debellazione della rape culture è necessaria in un mondo che vuole parità. In Italia i passi da fare sono enormi, a partire dal fatto che di cultura dello stupro si senta parlare solo nei luoghi in cui sono le vittime ad avere voce, cioè pochi e con poco eco, e mai dove la diffusione della denuncia di questo sistema potrebbe avere una vera incidenza. Infatti le poche volte in cui si parla di questi argomenti in televisione, ad esempio recentemente si ricorda il caso Genovese, ciò che si lascia intendere è che possa esistere un dibattito a riguardo, ma come la psicoterapeuta Stefania Andreoli ha fatto capire nel suo ultimo intervento a “Non è l’Arena”, il dibattito non può esserci. Questo specifico riferimento è stato un evento più unico che raro in cui la dottoressa ha espresso più che bene ciò che andava detto da tempo. L’abuso sessuale, che sia fisico o meno, non può dare alcuno spazio a giustificazioni del carnefice e colpevolizzazioni della vittima.

Come ripeto in Italia siamo molto indietro su questo fronte, infatti in quasi tutti i Paesi europei il linciaggio della vittima è inaccettabile. Questo perché l’educazione al consenso viene insegnata sin dall’infanzia nelle case e nelle scuole. Il nostro Paese avrebbe bisogno di inserire nei programmi scolastici l’educazione sessuale e ancor prima quella al consenso, ma per quanta speranza io possa avere, mi sembra un obbiettivo lontanissimo da raggiungere. Per questo consiglio personalmente di fare ricerca e di seguire anche sui social, dato che questi mezzi oramai sono alla portata di tutti, persone che parlano di questi argomenti nella giusta maniera; tra tutti, mi sento di suggerire Carlotta Vagnoli, che quotidianamente si schiera dalla parte delle vittime.

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