Il revenge porn, o pornovendetta, è la diffusione in rete di immagini o di video sessualmente espliciti di una persona, in genere da parte di un ex partner sessuale, ma non per forza, senza il consenso del soggetto, con lo scopo di esporlo e umiliarlo. Questo fenomeno ha ricevuto per la prima volta una grande attenzione mediatica in Italia questa primavera, a seguito della scoperta di numerosi gruppi sull’applicazione Telegram finalizzati alla condivisione di questi contenuti. Da ciò è emerso che la stragrande maggioranza delle vittime di revenge porn sono donne: esso ha infatti le sue radici nella rape culture, o cultura dello stupro, ovvero il complesso di credenze che incoraggia l’aggressività sessuale maschile e supporta la violenza contro le donne, spaziando dai commenti sessuali alle molestie fisiche, talvolta fino allo stupro stesso. E’ diventata chiara col tempo la necessità di una soluzione: ci sono state cause in tribunale, si sono chiusi i gruppi, ma la realtà dei fatti è che Internet è colmo di spazi dove violazioni del genere sono possibili. Questo risulta ancora più evidente nel caso della maestra d’asilo, basti considerare che nei giorni successivi all’evento, quel video era il contenuto più ricercato su numerose piattaforme di streaming di contenuti pornografici. Il fatto che così tante persone, non solo non ritengano che quello che le è avvenuto sia una gravissima ingiustizia e violazione, ma cerchino addirittura di contribuire attivamente alla suddetta, è chiaro indice del fatto che l’unico modo di sconfiggere questo fenomeno è andare a smantellare le sue cause principali: il sessismo e la cultura dello stupro.  

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