WhatsApp è ormai da anni il social di messaggistica per eccellenza: con oltre 2 miliardi di utenti, consente di scambiare messaggi e allegati multimediali in modo rapido ed efficace, facilmente comprensibile da chiunque e, soprattutto, a differenza dell’applicazione Messaggi, gratuitamente. Ma siamo veramente certi non ci sia un prezzo da pagare?
Mark Zuckerberg, probabilmente per eliminare la competizione, nel 2014 comprò WhatsApp, rendendola quindi ufficialmente una delle applicazioni dell’azienda Facebook. Quest’ultima negli anni scorsi è stata protagonista di diversi scandali, piuttosto famosi, a tema privacy, dove i dati degli utenti venivano venduti ad altre società per fini diversi, senza la diretta autorizzazione degli interessati.  Ora a preoccupare molti è il cambiamento della normativa da parte di WhatsApp, in vigore dall’8 febbraio 2021: la diffidenza verso Facebook continua a prevalere e la nuova condizione obbligatoria da accettare prevede proprio la condivisione dei dati dell’utente con quest’ultimo. Tanti probabilmente accetteranno questo termine, spuntando con molta leggerezza la casella del consenso, forse per la voglia di riprendere a chattare, forse per la pigrizia di dover leggere l’infinito documento a cui fa riferimento, o forse per la necessità di utilizzare l’applicazione, ormai così influente sulla nostra routine, da farci scendere a compromessi senza protestare. Eppure sono numerose le applicazioni di messaggistica gratuite nate intorno a questo social e che magari sono addirittura più veloci e affidabili: Messenger, Telegram e in particolare Signal, sponsorizzato anche dall’imprenditore visionario delle auto elettriche Tesla, Elon Musk. La prospettiva più plausibile non riguarda però una migrazione di ben 2 miliardi di utenti, ormai da più di 7 anni affidati alla tecnologia e alle funzionalità di WhatsApp, bensì spera in un chiarimento da parte di Facebook, una rassicurazione per la privacy di tutti. Infatti il tema della privacy è sempre più trattato e posto in evidenza: i dati personali sulla rete sono tutelati da molteplici leggi, che prevedono un complesso di norme per l’utilizzo degli stessi. Ma nonostante ci sia molto caro come concetto, spesso per la fretta o magari per semplice pigrizia, non esitiamo ad accettare termini e condizioni su siti web o nell’uso di altre applicazioni per raggiungere i nostri fini, molte volte senza leggere attentamente tutte le righe dei documenti a cui rimandano.
La paura di essere noi stessi il prezzo da pagare per l’apparente utilizzo gratuito di WhatsApp è stata in parte fugata dalle norme europee, in particolare dal GDPR del 2018, ovvero il General Data Protection Regulation che regola il rapporto tra le nostre informazioni personali, specialmente i dati sensibili, e la rete, quindi anche Facebook.
Nonostante ciò, il timore di diventare noi stessi la merce di scambio per l’utilizzo di servizi all’apparenza gratuiti, ma soprattutto il sospetto che tanti accettino la violazione di privacy in rete senza darci la giusta rilevanza, preoccupa i molti che si vedono proiettati in un futuro non troppo rassicurante.

0
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2021 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account