Una statistica americana (2019) riporta dati numerici sugli account di Facebook appartenenti a persone decedute: sono 30 milioni gli “utenti” passati a miglior vita. Sebbene il dato sia insignificante rispetto all’esorbitante numero di utenti attivi sulla piattaforma, esso lascia tuttavia qualche perplessità: scorrendo le varie bacheche, vediamo volti sorridenti, scorgiamo momenti di felice quotidianità. Eppure, quelle persone non sono più al mondo, ma nel web continuano a “circolare” sulle loro foto e nei loro post.

La stampa nazionale, facendo riferimento ai diversi casi di cronaca, ha spesso evidenziato  conseguenze e problemi causati dalla permanenza sulla rete di tracce digitali, che potemmo definire “scomode”. Coinvolti in queste situazioni sia i social network sia gli affini dei diretti interessati, sia gli utenti.

Se consideriamo il caso di Tiziana Cantone, morta suicida dopo la diffusione in rete di alcuni suoi video, esso ha, ad esempio, determinato l’emendamento parlamentare noto come Codice Rosso; continui, peraltro, i tentativi di censura di siti come WikiLeaks, i quali hanno esposto il portavoce, Julian Assange,a diversi problemi legali; negli ultimi tempi, infine, i Dipartimenti di Polizia americani hanno tentato di oscurare, per salvaguardarela loro immagine e la loro funzione pubblica, video compromettenti, in cui, a danno di civili in rivolta, o addirittura inermi, e in particolare neri, venivano commesse azioni violente. Il dramma, in questo caso, è che, purtroppo, i carnefici ritrattinei video, peraltro circolanti sul web, molto spesso rimangono impuniti.

Cosa bisogna censurare, dunque? Cosa bisogna sanzionare? Cosa bisogna conservare? In quali casi la tutela della privacy è pura fantasia, anzi finisce per essere un’azione illegittima?

Berlusconi, tra fine 2009 e inizio 2010, tentò di censurare Internet per favorire le proprie imprese commerciali e azzittire la concorrenza politica, con un decreto anti-Internet che il governo italiano voleva far passare.

A Cologno Monzese, nel 2015, c’erano ancora libri proibiti. A vietarli la Lega, che mise all’indice la presentazione del volume “Milano multietnica” di Donatella Ferrario e Fabrizio Pesoli, in cui i due giornalisti tracciano una mappa della Milano multietnica del terzo millennio. Insomma, la presentazione del volume, già programmata in biblioteca, saltò.

Sono note le decine di episodi controversi: pensiamo  a quelli danno di comici satirici (Luttazzi), e ancora alla censura o allo stravolgimento di programmi ritenuti “non adatti ai minori”, in aperta collaborazione con il Moige, l’associazione di promozione sociale impegnata in ambito sociale ed educativo per la protezione dei minori «minacciati dalla pedofilia, dal bullismo o da spettacoli televisivi violenti e volgari».

E` stato, invece, più che legittimo oscurare le fakenews relative a Danilo Bertazzi, personaggio televisivo italiano, attivo soprattutto nel mondo dell’intrattenimento per bambini, per il quale, mentendo e causando profondi disagi all’attore, si era parlato di morte per overdose.

Ma arriviamo al punto. Il web è un’arma a doppio taglio.

Non è accettabile, assolutamente, che una famiglia non possa avere accesso ai dati del proprio figlio deceduto, soprattutto se con essi vuole mantenere la memoria viva: si pensi a Carlo Costanza. Apple aveva rifiutato l’accesso ai dati in nome della privacy. Eppure, i genitori del ragazzo volevano diffondere le sue ricette (era uno chef) per realizzare un progetto. Il Tribunale di Milano ha ritenuto illegittima l’opposizione dell’azienda. In questo caso, infatti, il concetto di privacy non sta proprio in piedi!

Cosa chiudere allora? I siti pericolosi! Cosa censurare e sanzionare? I contenuti inadeguati! Ma mai usare la censura come strumento per un secondo fine, sicuramente non nobile…

 

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