Quando qualcosa smetta di essere nostro è una domanda che non ci poniamo spesso, perché non ci piace indagare troppo quella parte dell’esistenza che chiamiamo fine: eppure, non è una notizia nuova che il nostro rapporto con le cose sia limitato nel tempo, e che continuamente perdiamo oggetti che ci appartengono, e che un piccolo pezzo di noi esce così dal nostro controllo. La domanda che dobbiamo porci è di chi diventi quella parte, a chi appartenga questo oggetto perduto dal suo padrone: non è certo una questione secondaria, perché tutto quello che è nostro non sarà più posseduto da noi quando moriremo.

La risposta è scritta nella legge, ed è che i nostri averi, comprese le nostre lettere e i nostri dati online, devono passare nelle mani dei nostri eredi, e niente ha davvero il potere di impedire questa successione, nemmeno invocando l’ormai diffuso monito della privacy. Ma fermarsi solo a ciò che la dura legge stabilisce e accettarlo passivamente non fa parte della nostra umana natura, a dispetto di varie teorie filosofiche e con buona pace di Hobbes. Tutti gli esseri umani conducono molte vite, e ogni persona, a seconda del contesto in cui incontra l’altro, potrà vedere solo una di esse; questa è la natura delle cose: se un tale scrivesse tre lettere nello stesso momento, una per un’autorità, una per un familiare, una per un amico stretto, riguardanti lo stesso avvenimento, nessuna di esse combacerebbe con le altre. Quale delle tre dicesse il vero, cosa sia ciò che quella persona ha vissuto, chi sia davvero quell’uomo sono domande che non hanno risposte soddisfacenti. Né nessuno dei tre destinatari se le porrebbe mai, essendo ignaro delle altre vite, di cui non potrebbe mai divenire conscio grazie alla segretezza che le difende. Ma questa privacy, garantita dalla legge, non è per sempre: termina con la nostra morte, e tutte quelle parti di noi, se sono rimaste imbrigliate nello scritto, passeranno nelle mani di altre persone, che diventeranno consce di tutte le vite di quell’individuo. Quanto è corretto che questo capiti? Quanto dolore potrebbe causare quella conoscenza? Potremmo infine ancora chiedere: chi venisse a conoscenza di tutte le sfaccettature di quella persona, la comprenderebbe meglio o sarebbe solo confuso dalla loro dissonanza?

Tutte queste sono domande a cui nessuno trova risposta, eppure sono dubbi riguardo ai quali non possiamo esimerci dall’indagare: un giorno verrà anche l’ora di qualcuno a noi caro, forse prima di quanto atteso, e noi dovremo porci questi interrogativi su ciò che ci troveremo fra le mani.

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