Il senso di comunità giapponese, il 共同体意識, va oltre il mero sentirsi parte di una nazione: i bambini, in Giappone, apprendono ben presto la forza dell’unione e della cooperazione, utili al raggiungimento degli obiettivi, e sanno applicare questi valori nella realtà della loro vita quotidiana e nei loro comportamenti sociali, come ad esempio il risistemare le aule tutti insieme al termine delle lezioni. Così, con il trascorrere dell’età, ogni giapponese medio si identifica nell’etica del rispetto delle regole e della collaborazione. Pensiamo ai サラ, gli impiegati d’ufficio: nel corso delle riunioni con i propri superiori, essi si sentono liberi di esprimere la propria opinione sulle strategie finalizzate alla crescita della loro azienda, perché sanno di dover contribuire all’evoluzione della società a cui appartengono, una società che cresce sempre più forte, proprio perché nutrita dalla coesione della popolazione nipponica. 

Ecco quindi quel popolo che ha superato in maniera brillante l’emergenza sanitaria, seppure essa sia ancora in corso! L’uso della mascherina rappresenta, in particolare, un’abitudine comune a diversi paesi asiatici, ma è fortemente radicato in Giappone, dove addirittura se ne fa oggetto di adorazione, al pari dei 神 (Kami) shintoisti: il rispetto verso il prossimo si realizza in semplici ma efficaci comportamenti, quali l’indossare la mascherina se si è malati, l’evitare di soffiarsi il naso e tossire in pubblico, soprattutto se ci si trova in luoghi affollati. Questo accade. Sempre…o meglio quando si tratta di giapponesi, in quanto non è scontato che turisti e stranieri facciano altrettanto. 

Ovviamente, ci si sta riferendo a “regole non codificate” ma che risalgono al passato storico del Giappone. Le epidemie di malattie mortali hanno tracciato la strada dei giapponesi che, tuttavia, hanno sempre dato prova, nel tempo, di sapersi adattare: così spiega Mitsutoshi Horli (sociologo dell’Università di Shumei), il quale, riferendosi propri ai nipponici, pone in risalto il fatto che “non hanno più smesso di indossare la mascherina in nome della profonda fiducia nella comunità scientifica, tanto che, con l’avvento della Sars, nel 2003, il suo uso è diventato onnipresente, proprio  in virtù di quella che, in psicologia, è chiamata strategia di adattamento”. 

Cosa dire, ancora, della case giapponesi, le 町家 ? Costruite con materiali leggeri, come legno o carta di riso, esse sono in grado di resistere alle continue scosse sismiche che interessano l’intero arcipelago. E il sushi? Un piatto tipico, certo! Ma oramai è divenuto internazionale… e pensare che, in origine, nasceva dall’esigenza di conservare il pesce in tinozze ricolme di riso e aceto, per poterlo mangiare nei mesi in cui sarebbe stata scarsa la sua quantità!

Inoltre, è praticamente impossibile, attraversando i luoghi e le città giapponesi, trovare cestini per i rifiuti: infatti, in seguito alla strage della Metropolitana di Tokyo (1995), attuata dalla setta オウム真理教, i cui adepti riempivano i contenitori pubblici delle stazioni metro di un gas nervino (il Sarin), il governo ne ha bandito l’uso. Questi attentati, infatti, avevano centrato il bersaglio: 13 morti e circa 6200 feriti. 

Ma torniamo al tema della questione. E` ovvio che, se si conduce un’analisi critica della società giapponese, ne emergono anche aspetti negativi, peraltro profondamente radicati nell’immaginario collettivo: l’estremo culto per il lavoro, il dilagante fenomeno degli hikikomori, la diffidenza verso i 外人 (stranieri), gli episodi di omofobia e razzismo, la disparità fra i sessi, l’attaccamento morboso alla figura del capofamiglia, l’esasperato consumismo, la latente inerzia del governo nei confronti delle associazioni criminali affiliate alla Yakuza

Allora “forse” quella del Giappone non è in toto un modello ideale di società, ma piuttosto essa può fare da stimolo, rispetto ai suoi punti di forza, per il superamento della crisi sanitaria mondiale. 

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