Pittura, scultura, letteratura e musica sono quelle arti che hanno favorito maggiormente l’espressione del genio dell’individuo. E dubbi, in tal senso, non ne abbiamo. Ma, in effetti, anche la storia del fumetto italiano è stata costellata dalla creatività, dalla ricerca e, nell’era della tecnologia, dalla digitalizzazione. Il tutto ha trovato frutti nella realizzazione di capolavori: Tex Willer, Diabolik, Cattivik, Dylan Dog, Martin Mystere, Rat Man, La Pimpa e così via. 

L’evoluzione del genere del fumetto ha conosciuto i suoi momenti di gloria, ma anche i condizionamenti del potere politico. Pensiamo a Dick Fulmine, personaggio nato dalle matite di Vincenzo Baggioli e Carlo Cossio: i due disegnatori, per ideare il loro oggetto di rappresentazione, si ispirarono non solo a Primo Carnera, un pugile italo-americano, ma soprattutto al Duce: pubblicate sulla collana “L’Audace”, le storie di Dick Fulmine avevano come obiettivo la risoluzione dei crimini compiuti da personaggi stigmatizzati: Zambo era, ad esempio, un criminale cubano; la “Pantera Gialla” era lo pseudonimo per indicare un mafioso cinese; e, “dulcis” in fundo, Abramo Levi era un criminale ebreo dai tratti che ricordavano Alfie Solomons della serie televisiva “Peaky Blinders”, creata da Steven Knight e ambientata a Birmingham, dopo la prima guerra mondiale.

 I fumetti propagandistici, imposti dai regimi totalitari (nazismo e fascismo), ma diffusi anche negli Usa, non fanno onore all’editoria italiana, ma ne rappresentano, in fondo e per fortuna, una parentesi. Così, dalle ceneri della vecchia scuola, dopo anni di inerzia, sono emersi alcuni autori geniali e noti al pubblico, come Zerocalcare o Gipi; altri, seppure meno illustri, soprattutto per i loro “follower” italiani, collaborano con aziende internazionali, quali la Marvel Comics (USA), la DC Comix (USA) o la Coamix (Giappone). 

Il settore, tuttavia, è stato, nel tempo molto influenzato dalla digitalizzazione, fino a configurarsi come una sorta di “realtà aumentata”: nell’era delle tavole su carta, che si avvia al suo tramonto, gli illustratori dovevano seguire percorsi formativi specifici per diventare fumettisti; dovevano investire grandi risorse economiche per l’acquisto dell’attrezzatura; dovevano “faticare” per farsi notare dagli editori, per emergere. 

Gli strumenti tecnologici odierni, invece, hanno dato impulso al genere e hanno posto in risalto i fumettisti che, avvalendosi di una tavoletta grafica, magari anche di scarsa qualità, e di un pc, ma animati fortemente dal desiderio di essere visibili e trovare quella notorietà necessaria per crescere, producono e diffondono in rete i propri lavori, permettendo alle aziende di individuare nuovi talenti, senza particolari sforzi o ricerche. Si può fare menzione, in proposito, del caso di One, pseudonimo di un fumettista giapponese, noto per essere l’autore della serie web “One-Punch Man”, successivamente ripresa come un manga digitale, disegnato da Yūsuke Murata. One, pubblicando online la serie citata e dando ad essa un’impronta tra la satira e la parodia dei classici supereroi invincibili, è riuscito a “sfondare”, tanto che, ora, i frutti dell’arte della sua “matita” vengono pubblicati sulla rivista online della casa editoriale più forte del Giappone, la Shueisha.

Qualche timore… forse si sta spegnendo la forza ideologica di alcuni geni, in nome della fama, della visibilità e del profitto. Ma, ancor di più, turba i grandi difensori del “genio italiano” il fatto che artisti capaci, come Sara Pichelli, sono “emigrati” negli USA…una vera e propria “fuga di matite”: il personaggio che la Pichelli ha disegnato, Miles Morales, ideato da Brian Bendis, combatte il crimine ed è il primo afroamericano a indossare il costume di Spiderman (Ultimate Marvel). In questo caso, i confini dell’arte che coniuga ricerca, tecnologia e creatività vanno oltre le barriere della storia. Il fumetto, poi, sinceramente fa pensare anche al fatto che negli Usa oggi il Crimine è a volte di colore Bianco.

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