La crisi del 2008 ha dato inizio ad un inesorabile declino del sistema economico italiano limitando per molti le opportunità di esprimere le proprie potenzialità. Di conseguenza, tanti italiani specializzati si sono visti costretti a trasferirsi in altri Paesi e anche i giovani che non sono intenzionati a lasciare la propria terra spesso non hanno altre opportunità se non quella di cercare lavoro altrove. Generalizzare è sempre troppo facile, e spesso anche pericoloso. Tuttavia, il fatto che il numero di italiani all’estero stia crescendo esponenzialmente e che siano soprattutto i nostri migliori cervelli a “scappare” pare ormai sia abbastanza consolidato. Tutti i settori sono colpiti da questo fenomeno: dalla meccanica alle biotecnologie, dall’informatica all’arte.
Durante la pandemia si era posto l’accento sulla fuga dei “camici”, ovvero dei numerosi medici ed infermieri che hanno deciso di lasciare il nostro paese attratti da condizioni salariali e di lavoro estremamente vantaggiose, specialmente nei paesi anglosassoni, ma recentemente anche la sfera fumettistica ha avuto la sua fuga, quella delle “matite”. Sfortunatamente è un settore che al giorno d’oggi si trova in stato di crisi in Italia, e questo porta numerosi fumettisti a lasciare il paese per trasferirsi in stati come l’America, dove i fumetti sono apprezzati tanto quanto le opere d’arte, se non di più.
Eppure la storia del fumetto italiano è lunga e gloriosa: inizia ufficialmente il 27 dicembre 1908 con la pubblicazione del primo numero del Corriere dei piccoli, il primo giornale a fumetti italiano. A partire dal secondo dopoguerra, e durante il corso del XX Secolo la tradizione del fumetto italiano si è affermata sia in Italia che all’estero, con numerose testate italiane tradotte in molte lingue. Il fumetto in Italia è però sempre stata considerata un’arte minore e inizialmente i fumetti equivalevano alle illustrazioni per bambini. Non c’è da scandalizzarsi: i fumetti sono anche questo. Possono presentarsi come uno strumento per educare i più giovani, per intrattenerli, per mostrare loro esseri soprannaturali che combattono i cattivi per proteggerli, ma possono mostrare uomini che nonostante non abbiano le abilità e i mezzi si immergono nei loro peggiori incubi per aiutare chi è più indifeso di loro cercando nel medesimo istante di vincere le loro paure. Si potrebbe pensare che con l’avvento di Internet il fumetto abbia fatto la propria storia e debba lasciare il passo, che ormai si tratti di una forma di comunicazione obsoleta, ma allora perché i nostri migliori fumettisti vengono chiamati all’estero e lì coperti d’oro? Perché il nostro Paese non riesce a valorizzare i propri talenti? Perché il nostro Paese non riesce a trarre profitto dall’enorme capitale umano di cui dispone? Perché gli altri Paesi trasformano in oro quello professioni che in Italia non consentono nemmeno la sussistenza?
Il problema riguarda le matite, i pianoforti, gli archi, i camici, gli scalpelli e chissà quanti altri strumenti delle arti e dei mestieri che in Italia sembrano aver perso il proprio valore. Esportando talenti, l’Italia perde risorse. L’economia italiana spende dei soldi per istruire i “cervelli”, ma perde il ritorno su questi investimenti. I talenti italiani all’estero sono quindi una grave perdita economica, un mancato investimento ed ancor peggio un impoverimento della nostra società. Tale perdita, unita all’incapacità di attrarre cervelli stranieri, penalizza fortemente il Paese nel contesto di un mondo globalizzato che compete sempre più sulla base della conoscenza e dell’innovazione.

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