Prima dell’avvento della fotografia, solo la nostra memoria poteva conservare immagini più meno nitide di un determinato momento, ricordi di una persona cara, eventi piacevoli e spiacevoli (ma comunque memorabili), luoghi, situazioni, sensazioni. Tutto questo è ora racchiuso in una nitidissima immagine. Certo la memoria ha qualcosa di più: uno squisito ricordo che mischia al senso della vista tutte le altre sensazioni del momento, magari confuse, ma comunque più vive di una foto, in grado di muoverci di continuo alle passioni. Ma la memoria storica, quella con cui in un certo senso sentiamo un legame meno spirituale e più freddo, quella sì che è ben tramandata tramite le foto, che divengono mezzi di sensazionale chiarezza e si fanno portatrici del passato per come lo conosciamo. E, ben inteso, anche nelle fotografie possiamo scorgere una spiritualità al di là della memoria storica. Anzi, sono queste le foto migliori: quelle che uniscono la nitidezza dell’immagine alle sensazioni che riaffiorano alla vista di quei nitidissimi tratti. E così quasi ci sentiamo cullati tra le nostre memorie e il pezzo di carta che osserviamo. E memoria storica, spirito e sensazione si mischiano. E ci sentiamo sospesi tra la dimensione concreta in cui si trova l’immagine che osserviamo e la dimensione atemporale e squisitamente spirituale della nostra memoria.

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