The social dilemma, questo è il titolo del documentario che denuncia lo scorretto uso dei social e in particolare l’ambiguo meccanismo che si cela dietro a questa grande rete informatica. È difficile accettare che ogni nostra azione sia monitorata, e che dalle informazioni che involontariamente diamo, sui nostri gusti, sulle nostre frequentazioni o abitudini, venga creato un algoritmo in grado di soddisfare le nostre richieste, e più concretamente di manipolare il nostro comportamento e le nostre scelte. E sicuramente l’aspetto più inquietante, e forse anche più difficile da comprendere, è che, considerando le leggi di mercato, se un servizio è gratuito, è evidente che il prodotto deve essere chi lo usa, e il vero e proprio cliente l’inserzionista. Eppure internet nasceva con un altro intento: lo scopo iniziale era quello di facilitare la comunicazione, di offrirci accessi rapidi alle informazioni, di essere connessi con tutto il mondo. Quindi la tecnologia era comoda, era un luogo sperimentale, in cui ciascuno aveva libertà di espressione e possibilità di interagire in modo creativo. Per certi versi sicuramente la rete mantiene questo aspetto, eppure o, come dichiara Bailey Richardson, assomiglia oramai a un “giant mall”, è sempre più finalizzato al profitto e al guadagno, nelle mani delle aziende che detengono il monopolio digitale. Da ciò si evince dunque una brutale verità, o meglio dire ci viene sbattuta davanti agli occhi la realtà di tutti i giorni, che tuttavia siamo disposti a ignorare pur di essere felici. E questa felicità comporta la privazione della nostra libertà, proprio come nelle peggiori distopie. E di fatto ci dirigiamo sempre di più verso questa direzione, verso un luogo in cui l’uso distorto della tecnologia assomiglia a quello di Orwell o di Zamjatin. Eppure si può ancora cambiare l’aspetto e il significato dei social media, bisogna però prendere atto del problema e lottare per la tutela non solo della nostra privacy, ma del modo di gestire la nostra socialità.

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