Il 91% dei giornalisti italiani ha dichiarato di utilizzare Facebook per raccogliere informazioni, monitorare l’opinione pubblica, verificare fatti e condurre indagini, ottenere comunicati e notizie dagli uffici stampa. Zuckerberg, allora, ha fatto centro: non dimentichiamo il fatturato! Oltre 70 miliardi di euro l’anno….d’altra parte, secondo il vicepresidente della multinazionale, Nick Clegg, Facebook è capace di collaborare con gli editori e riconoscere il giornalismo di qualità. 

Nonostante ciò, la società ha dovuto fronteggiare un disegno di legge del governo di Canberra che imponeva ai giganti del web di pagare gli editori per gli articoli e le inchieste. Questa tensione è giunta ad una fase distensiva nel momento in cui Zuckerberg, che in prima istanza aveva bloccato i profili dei media e degli utenti australiani, ha rimosso il blocco, a seguito della modifica della suddetta legge. 

Ciò che conta, comunque, è il fatto che Facebook (e non solo, ovviamente) ha deciso di investire nell’editoria; lo stesso Clegg lo conferma: a suo dire, infatti, sebbene le dinamiche relazionali e commerciali con le testate editoriali siano spesso complesse da gestire, sicuramente la “rete” non deve strapparsi, in nome della circolazione moltiplicata delle informazioni. E non dimentichiamo, peraltro, che gli investimenti della multinazionale a sostegno del giornalismo sono stati consistenti: nel 2018, 600 milioni di dollari; un altro miliardo di dollari da far fruttare per i prossimi tre anni.

Ci chiediamo, però, se in qualche modo, queste riflessioni, di carattere economico e culturale, possano anche avere dei risvolti politici. In altre parole…il nodo da sciogliere è proprio quello di riconoscere l’informazione di qualità, considerata da molteplici prospettive. 

La soluzione, in questo caso, sta, probabilmente anche nella nostra capacità interpretativa, nel nostro saper selezionare le fonti, nell’intuire, anche attraverso uno sguardo d’insieme alla realtà, cosa sia accettabile e verosimilmente informativo e formativo, cosa, invece, sia preferibile cestinare. 

Possiamo, quindi, essere difensori, se capaci, dell’informazione trasparente e vera, ma anche sostenitori accaniti di ciò che poco avrebbe a che fare con il buon senso (pensiamo, ad esempio, ai no-vax…). 

Non possiamo pensare, magari per fruire di quello che riteniamo un “agio” o, addirittura, per svogliatezza, che tutto ciò che è riportato sui social ci spieghi il mondo e le persone!

Infatti, a causa di questa gestione scorretta e superficiale delle “fonti” (non tutte meriterebbero l’onore di essere chiamate tali), continua a dilagare l’ignoranza. 

Le piattaforme social non sono mai, come dire, “neutre” e, soprattutto se mirano a particolari interessi e sono colluse con altre organizzazioni, potrebbero invadere il nostro quotidiano, fino a influenzare comportamenti, atteggiamenti e, addirittura, scelte. Quindi? Attenzione, cautela, lungimiranza e, direi anche, acuta diffidenza. 

In conclusione, è molto significativo richiamare anche i tradizionali sistemi di comunicazione: il problema è che, in ogni caso, la trasmissione democratica della verità è sempre in pericolo, perché, spesso, si pone in risalto ciò che fa comodo rendere virale o fortemente pubblico. Ciò dipende sempre dalle intenzioni e, soprattutto, dall’onestà intellettuale, spesso messa a dura prova dalla “rete” del profitto.

Dovremmo apprendere l’arte del sapersi documentare: leggere, confrontare, scegliere con intuito e interpretare, leggere tra le righe e sbarazzarci delle catene di Facebook e dei suoi algoritmi .

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