..Negli ultimi anni si sono susseguite delle riforme volte a migliorare la condizione della donna nel Paese, ma malgrado ciò, le donne e le ragazze saudite hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi, senza essere sufficientemente protette da abusi sessuali e altre forme di violenza“.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            (Amnesty International)    

Amnesty International pensa ovviamente al mondo arabo. In Arabia Saudita, ad esempio, le donne possono svolgere solo alcune mansioni in maniera autonoma: sottoposte al consenso di un uomo, il “mahram”, un membro della propria famiglia, con cui il matrimonio sarebbe considerato “haram” (illegale) e da cui il “purdah”, o l’occultamento del corpo con l’”hijab”, non è obbligatorio, non possono avere interazioni con gli uomini al di fuori delle mura domestiche, fatta eccezione che per pochi casi (se, infatti, devono recarsi in questura, chi parlerà per loro sarà il mahram, senza che esse abbiano alcuna possibilità di appello). 

Sicuramente, ci troviamo di fronte ad un tema significativo, che ci impone di approfondire e comprendere meglio le abitudini di “vita” delle donne arabe.

Nessuna donna, in questi contesti, può “trasmettere” la cittadinanza ai propri figli o anche dar loro il consenso al matrimonio; peraltro, non può prendere, senza essere “scortata”, i mezzi pubblici: si pensi che, se un qualunque tipo di autista (treno, tram, autobus, taxi …), si rifiuta di far salire a bordo una donna non accompagnata, non viola alcun diritto umano. A Riad, capitale dell’Arabia Saudita, la donna senza il suo “mahram” potrà, al limite e se le verrà permesso,  occupare l’ultimo posto dell’ultimo vagone di un treno.  

Abbiamo finora toccato temi forti: diritti giuridici (civili), libertà di movimento e di parola e, aggiungiamo ora, diritti ereditari. Ecco! L’importanza della parola della donna saudita vale due volte di meno rispetto a quella di un uomo; riguardo all’eredità, se non ne è esclusa, potrà fruire della metà del patrimonio rispetto all’uomo. 

L’analisi riguarda una situazione generale che, tuttavia, è in evoluzione.

Le donne arabe, però, insieme a tutto il mondo che le circonda, devono rivolgere un loro particolare tributo a chi ha lottato in nome dell’uguaglianza di genere (art. 5 Agenda 2030): Loujain Al-Hathloul (attivista saudita) che, tra i tabù per le donne, aveva indicato il diritto di guida, fu arrestata, subendo anche torture, alcuni giorni prima dell’introduzione della nuova legge (2018 – è dello stesso anno la legge che permette alle donne di andare al cinema; dal 2019 possono andare allo stadio e arruolarsi nell’esercito; dal 2017 non è più necessario il consenso del “wali” per studiare e trovarsi un lavoro..). 

Ora, invece, le donne arabe possono guidare, anche se devono prendere lezioni di guida da altrettante donne, con 5 anni di mestiere e conoscenza della lingua inglese. Se conoscono l’arabo, le istruttrici hanno requisiti di accesso a questa occupazione ancora più competitivi (non dimentichiamo che la paga è alta; equivale, infatti, a 3700 euro mensili…). L’attivista menzionata, peraltro, si era scagliata anche contro il sistema della tutela legale.

Ma torniamo ancora indietro nel tempo, soprattutto per celebrare le donne arabe da un punto di vista della loro carriera politica: il 14 febbraio 2009, infatti, Noura al Fayez, all’età di 53 anni, diventava la prima donna a ricoprire una carica, quella di viceministra saudita dell’educazione; nel 2013, tre donne sono state nominate vicepresidenti di tre commissioni; nel febbraio 2019 viene nominata la prima ambasciatrice dell’Arabia Saudita. 

Insomma, i passi si stanno facendo e anche abbastanza rapidamente. 

Interessante il caso del Qatar: la rivolta delle campionesse Karla Borger e Julia Sude, infatti, ha permesso di realizzare il World Tour (beach volleyball) che, se fosse saltato, avrebbe comportato perdite enormi dal punto di vista economico: la federazione araba, infatti, pretendeva, che le giocatrici di beach volley indossassero leggins e maglietta (a Doha ci sono 30°..). Così, per raccogliere gli introiti milionari della manifestazione, è stato concesso alle donne arabe di poter indossare il bikini. D’altra parte, finché la scelta dell’hijab è libera va rispettata (Marta Menegazzi); in caso contrario “boicottiamo” il “purdah”!

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