“Se tu mi chiedessi, in quanto artista, cosa sono venuto a fare in questo mondo; io, un artista, ti direi che sono venuto a vivere ad alta voce”.

Questa frase, estratta da un discorso della mia attrice preferita, Viola Davis, mi sembrava il modo migliore per iniziare la mia riflessione. Non parlerò di fatti, credo che tutti siano al corrente di ciò che capita in questa parte del mondo, non è di certo una novità. Mi interessa ricordare però come, proprio in questi giorni, la Turchia si sia distaccata dagli accordi contro la violenza sulle donne. Penso proprio che ciò parli da sè, a voi le riflessioni. 

Mi sembra incredibile che funzioni ancora così nel 2021: le donne sono costrette ad indossare il peso di ogni decisione ogni giorno. La verità è che non ci importa più di tanto di quello che succede, fino a che succede lontano, in quel paese, non qui. Crediamo tutti che, nel bene o nel male, riusciamo ad esprimerci, a fare quello che ci interessa e rende felici; quindi perché curarmi di una che vive in quel modo?

“ci si è abituata alla fine”. 

La mia domanda allora è la seguente: cosa succede quando la capacità di esprimersi nemmeno è considerata come possibilità, non da noi stessi, troppo banale, ma da chi ci comanda? 

Pedine, ecco cosa si è. 

Ma più importante: ti abitueresti allora, tu che stai leggendo, a vivere così? 

Questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore: condivido la stessa religione con queste donne, eppure la mia realtà è così diversa dalla loro. Mi sono sempre chiesta cosa si deve provare nel sentirsi costantemente nelle scarpe di qualche altro. Facendo ricerche, ho appreso molto bene come la situazione in realtà venga descritta con distacco e freddezza: come se fosse qualcosa di estraneo ad una donna, raccontata da altri, maschi. Non è più considerata donna: l’equivalente odierno dei campi di sterminio di ieri. La nostra senatrice a vita, Liliana Segre, dice spesso che per togliere la dignità ad una donna ci vuole poco: “senza cibo, senza acqua; senza seno, senza mestruazioni”. Ma la dignità si toglie molto prima a livello mentale che fisico: obbligando una persona ad essere solo in un modo, la si priva di tutto il resto che è. Della sua sessualità, della sua sensualità; dell’amore per se stessa, di quello per gli altri. Questa necessità di descrivere e contenere la persona; di volerla identificare, smontare e aprire per capire e poter controllare, non è presente solo in Arabia purtroppo. Basta ragionare con una mano sulla coscienza; la società di oggi non è esattamente all’insegna dell’uguaglianza. 

Io non sopporto nessuno, chiunque esso sia, che mi impone qualcosa che visibilmente mira a limitarmi. Per me sarebbe come lasciare che il pensiero, la visione, di qualcun altro dettasse la mia visione; come imporre al tempo che passa di rimanere nel passato; chiusa in un box. Imporre soluzioni oggettive di estranei ai problemi esistenziali propri di qualcun’altra. Ci sono solo domande continue lasciate aperte, che suscitano risposte pratiche e personali; che generano arte. Ciò che creiamo come esseri umani è proprio questa: arte. Lasciamo che il sapore della libertà ci accolga; lasciatele essere artiste e, per una volta, scegliere.

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