Quando si parla di frati trappisti, nell’immaginario collettivo si crea un quadretto pieno di monaci di clausura intenti a seguire la Regola del loro ordine, a pregare e a condurre una vita contemplativa. In realtà i frati trappisti di alcuni monasteri (i frati trappisti appartengono all’ordine dei Cistercensi) producono una birra che si fregia di un suo logo sull’etichetta, a garanzia del rispetto delle procedure produttive e di commercializzazione. 

 E’ di questi giorni la notizia che la birra prodotta dai frati trappisti rischia di non essere più presente sugli scaffali dei supermercati, perché la produzione artigianale che essa richiede e a cui si dedicano personalmente i frati trappisti che vivono in alcuni conventi sparsi per il mondo, in tutto una dozzina, sarà probabilmente interrotta, a causa della spietata concorrenza dei colossi industriali della birra. 

Si può fregiare del titolo di “birra trappista” solo quella prodotta secondo certe rigidissime regole all’interno delle abbazie. Secondo la regola dell’ordine, poi, i guadagni che si ricavano dalla sua vendita devono essere tutti spesi per il convento, non si deve rincorrere il profitto. Chiaramente, a fronte di tanta cura nella produzione, il costo di questa birra è piuttosto alto e non basta mettere su Facebook il prodotto per farlo comprare al grande pubblico; non basta organizzare la consegna a domicilio: le regole spietate del mercato mettono in ginocchio, purtroppo, anche tradizioni secolari.

 

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