Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, è stata eletta senatrice a vita nel 2018 per la sua campagna di sensibilizzazione riguardante i temi dell’odio razziale e dell’intolleranza. Nel 2019 le è stata assegnata una scorta, su decisione del Dipartimento antiterrorismo, a causa delle centinaia di messaggi di odio ricevute.
Meghan Markle, duchessa di Sussex, è stata attaccata su Twitter da 83 account diversi per aver rifiutato la vita alla corte della famiglia reale inglese ed essersi trasferita con il marito e i figli negli Stati Uniti.
Le due donne hanno storie e vite molto differenti tra loro, ma ciò che le accomuna, e che colpisce tante altre persone, sono gli insulti e le minacce che ricevono tramite i social network. In questi ultimi anni sono sempre più frequenti episodi di cyber bullismo e di accuse via web, rivolte sia a personaggi famosi sia a persone comuni. Questi atteggiamenti aggressivi possono essere accentuati anche dalla sicurezza che una persona può provare riparandosi dietro ad uno schermo: si può insultare qualcuno senza dover poi assumersene la responsabilità, specialmente grazie agli account falsi che sono così facile da creare sui social. Questa mancanza di confronto diretto può far sentire qualcuno, frustrato per un qualsiasi motivo, carico di rabbia repressa o semplicemente annoiato, libero di sfogarsi contro un suo simile, magari innocente, mancandogli di rispetto.
Queste situazioni, sempre più frequenti, sono lo specchio di una società che discrimina per la religione, l’etnia, il sesso e molti altri pretesti, una società che si sente autorizzata in tutti i casi ad attaccare, anche a causa della possibilità di nascondersi dietro false identità, perdendo di vista l’etica.
Esiste un altro ostacolo per la protezione degli individui su Internet: un social elimina determinati messaggi pubblicati se contenenti parole specifiche, indici di discriminazione o istigazione all’odio, ma questo non è sufficiente a frenare le offese possibili, perché agli utenti basta sostituire una lettera di quella parola con un numero, o con qualche altro simbolo che rimandi al significato della parola, per inviare ciò che si vuole.
Il vero cambiamento non dovrebbe riguardare solo le regole del web, bensì la mentalità delle persone: se non si cambia la convinzione che sia possibile insultare qualcuno solo perché con idee differenti dalle proprie o perché ha agito in modo diverso da quello considerato personalmente corretto, la sola aggiunta di norme più restrittive nell’usodi un’applicazione non può risolvere il problema. Forse una sensibilizzazione maggiore riguardo i temi del bullismo e dei danni che quest’ultimo può provocare potrebbe essere un punto di partenza.
Potrebbe risultare concretamente utile anche un’educazione relativa ai rischi del web e a come rispondevi, o non rispondervi. Un esempio è l’intelligente risposta di Liliana Segre, con una frase ironica, alle persone che le hanno augurato il peggio: “Resto sbalordita quando qualcuno mi augura la morte, avendo io novantun anni penso debba avere solo un po’ di pazienza!”, in modo da fare capire agli haters che le loro parole non hanno peso e, si spera, far cessare i loro insulti.
1+
avatar
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2021 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account