Una grande rivoluzione nell’ambito della comunicazione è avvenuta grazie ad Internet e all’uso dei social network. I social sono nati con lo scopo di radunare persone che hanno la necessità di mettersi in contatto nel minor tempo possibile con la loro lista di contatti e sono diventati oggi un irrinunciabile luogo di esposizione per tutti. Ci sono personaggi famosi dediti a usare i social per postare fotografie e commenti riguardanti la vita privata e promuovere anche il loro lavoro ed eventuali sponsor. In questo modo sono soggetti a riscontri positivi, ma anche a commenti carichi di astio da parte dei followers. I social network forniscono una grande visibilità a coloro che li usano e soprattutto chi è in grado di mostrare un alto tenore di vita può essere soggetto a invidie più o meno velate. Le relazioni umane e qualsiasi settore della nostra vita, dallo spettacolo alla politica, sono intrise di odio espresso attraverso i social network. La Rete si sta trasformando in un campo di battaglia dove sono ammessi anche i colpi bassi, scorretti, improntati alla violenza e all’odio. Si tratta di un fenomeno in crescente sviluppo che usa le parole come armi per colpire e offendere. Questo fenomeno, denominato “hate speech”, ha le sue radici proprio nei social, i virtuali luoghi di aggregazione di questa generazione. Sono “luoghi” dove basta cliccare su “mi piace” per esprimere il proprio consenso su una foto, una persona, un racconto, ecc. Con la stessa facilità si può esprimere il proprio dissenso. Sempre più spesso però tale pensiero avverso viene espresso con offese da persone che si sentono protette dallo schermo del loro computer. Alla radice di questa conflittualità che si accende così facilmente sul web, c’è quasi sempre il tema del pregiudizio: una divisione in schieramenti opposti che si costruiscono intorno ad un insieme di credenze fondate, nella definizione classica, sulla paura, l’ignoranza, la mancanza di modelli di vita e obiettivi condivisi e, spesso, rinfocolate e rafforzate da quel senso di potere che sembra dare questo strumento. Il dibattito sul ruolo che i social hanno nell’alimentare e dar voce a questa ondata di odio online e sull’uso strumentale che certa politica può farne, si è concentrato prevalentemente sulla provenienza dell’odio, ovvero il commento sui social, piuttosto che sull’origine dello stesso. Ma il pregiudizio, la radice della diffidenza e dell’odio per il “diverso”, non nasce certo coi social; semmai questi lo hanno potenziato. Semplicemente, oggi, interagiamo anche solo telematicamente, attivamente o passivamente, con molte più persone di quanto non facessimo fino a pochi anni fa e non finirà mai di sorprendere la quantità di discorsi d’odio tra le persone online. Un grave problema soprattutto per chi lo subisce in continuo, e nella maggior parte dei casi si rivela essere la donna. Già bersaglio di discorsi d’odio sulla candidatura politica femminile, le donne sono entrate ormai a far parte di coloro che ricevono prevalentemente commenti discriminatori e offensivi. Il risultato delle ricerche riguardo il “Sessismo da tastiera” ha rivelato dati poco entusiasmanti: ovvero che l’incidenza media degli attacchi personali diretti alle donne è esplicitamente sessista. In sostanza, si aggredisce la donna che si presenta come autonoma e libera nelle proprie scelte, o perché la stessa si esprime a favore delle altre categorie fatte oggetto d’odio, come accade con migranti e musulmani. Una vera e propria catena di montaggio dell’odio, che mette insieme idee, comportamenti, identità, scelte che rappresentano i diritti e le libertà delle persone, per farle oggetto di pubblica derisione e di discriminazione violenta. Per contrastare questo fenomeno dilagante potrebbe aiutare una regolamentazione dei social network che dovrebbero essere in grado di rimuovere immediatamente video, foto e commenti che possono danneggiare una persona. Soprattutto però, bisogna lavorare sull’educazione dei giovani e degli adulti, organizzando nelle scuole e nei luoghi di lavoro, programmi di educazione interculturale e di convivenza civile. E qui gli ambiti di intervento certo non mancano. La tradizione di inclusione della scuola italiana, che mette a insieme nelle stesse classi persone con disabilità fisiche e intellettive, bambini di provenienze sociali differenti, di etnie e religioni differenti, in un processo di integrazione e conoscenza reciproca, rappresenta un caso di eccellenza che andrebbe sempre più riconosciuto, valorizzato e rafforzato con adeguati strumenti ed investimenti. Non solo queste esperienze hanno un effetto positivo sulla resa scolastica degli studenti, ma contribuiscono a disinnescare sul nascere i processi di germinazione del pregiudizio e della diffidenza. Le istituzioni puntano a contenere un fenomeno in rapida ascesa che mette a rischio la cultura digitale. Una cosa è certa: l’odio non si combatte con l’odio. Perché anche i “giusti” rischiano di rimanere intrappolati in un circolo vizioso senza fine.

 

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