I contatti e la comunicazione istantanea di messaggi, mail, o chiamate, lo svago che offrono i social media, i giochi online, i siti di scommesse o le serie tv e i film, progettare una vacanza o semplicemente controllare la giusta direzione verso una determinata località, addirittura ordinare cibo e vestiario o mille altri oggetti che, in tempi record, suonano direttamente al proprio campanello di casa: tutto ormai sembra poter essere raggiunto attraverso un solo e semplice schermo.
Tutta questa disponibilità, comodità e immediatezza, se non sfruttate nel giusto modo e nelle giuste quantità, possono rivelarsi però molto pericolose. A chi non è mai successo di non riuscire a dormire nonostante la stanchezza, di svegliarsi già esausto ancora prima di iniziare la giornata, di provare quella sensazione costante di affaticamento, non tanto fisico, ma mentale: come se non si riuscisse mai a “staccare” davvero il cervello. Sarebbero questi, a dire di molti psicologi, i primi effetti di una vita passata davanti a un monitor. In casi più estremi però, la semplice stanchezza può trasformarsi in una vera e propria malattia: solo in Italia infatti si approssimano circa centomila casi di ragazzi, solitamente compresi tra i 14 e i 30 anni, affetti dalla sindrome di Hikikomori, un fenomeno che ha avuto origine in Giappone circa quindici anni fa. Le persone affette da questa patologia si autorecludono in camera da letto per anni, senza aver mai nessun tipo di contatto con l’esterno se non attraverso internet. Sembra una situazione paradossale, lontana e irraggiungibile, eppure quante volte è capitato che da una puntata di una serie tv si arrivasse a cinque o sei, avendo speso così ore davanti allo stesso schermo, o che una partita su un gioco online con gli amici o l’ultimo controllo dei social prima di dormire si trasformassero invece in una notte intera. Il mondo digitalizzato sembra aver modificato il tempo e lo spazio, non solo avvicinando e accelerando ogni cosa, ma talvolta facendo perdere la concezione di sé stessi, di dove ci si trova e da quanto si è in quella situazione. Eppure tutto questo accade in modo quasi inconscio, subdolo. Si dice che un individuo può essere considerato “dipendente” da qualcosa nel momento in cui perde la capacità di controllo su una determinata abitudine. Ebbene quanti allora, al giorno d’oggi, possono reputarsi “utilizzatori di” e non “dipendenti da” dispositivi tecnologici?

1 Comment
  1. WaterPolo04 10 mesi ago

    Penso che questo nuovo problema che hanno portato le nuove tecnologie, sia dovuto al grande impatto anche sociale che hanno avuto. Infatti mi auguro che col tempo queste tecnologie possono essere usate al meglio e con più consapevolezza da parte di tutti in modo da trarne solo i benefici. Purtroppo però le nuove generazioni sono quasi incantate da questo mondo digitale e a volte gli smartphone e i social possono diventare un avere propria dipendenza, ma per far sì che questo non accada c’è bisogno di consapevolezza, da parte dei genitori e della società in modo che i più giovani possano sfruttare i benefici del mondo digitale senza però diventarne schiavi diversi.

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