Da piccoli a tutti noi è stata raccontata almeno una storia che avesse come protagonista un

avventuroso esploratore dei mari o un pirata, alla ricerca di un grande tesoro perduto,

convenzionalmente immaginato come un baule zeppo di monete d’oro. Seppur siano storie di

fantasia, negli abissi sono stati davvero trovati tesori dal valore inestimabile, sia dal punto di vista

economico, sia per quanto riguarda il loro valore storico. È proprio questo il caso della SS Central

America, nave salpata dal porto panamense di Colòn alla volta di New York, trasportante ben 21

tonnellate d’oro, del valore di ben 400 milioni di dollari. Il 9 settembre si imbatte in un uragano di

categoria 2 al largo della costa del South Carolina e l’11 settembre le vele, le caldaie e le ruote a pale erano completamente fuori uso e i passeggeri iniziarono ad inviare segnali di aiuto nella speranza di essere soccorsi. La mattina dopo furono avvistati da due navi e 153 persone riuscirono a salvarsi.

Dopo ben 131 anni nel 1988 l’ingegnere Thomas Thompson, dopo essere riuscito ad ottenere un

finanziamento da parte di un gruppo di ricercatori, ritrovò il relitto ad una profondità di 2000 metri.

Scomparve poi sfuggendo ai finanziatori e rintracciato poi nel 2015. Quello di Thompson diventerà un caso legale, essendosi anche portato via dal relitto una piccola parte dell’oro, dichiarando però di soffrire di vuoti di memoria e di non ricordarsi dove sia finito. Spedizioni successive però hanno

rivelato il vero tesoro: ritratti dei marinai e dei loro familiari realizzati tramite la tecnica del ambrotipia, che realizza una sorta di foto stampandola su una lastra di vetro. Proprio l’adozione di questa tecnica ha fatto sì che i ritratti potessero giungere fino a noi: tra questi si trova il ritratto di una giovanissima donna, di appena 18 anni, ornata con pizzi e gioielli ed un sorriso che rimanda alla Gioconda di Leonardo da Vinci. Ecco che quindi è stata ribattezzata “La Gioconda degli abissi” ed è un ritratto importantissimo, unito agli altri con lui rinvenuti, che “permettono di metterci in contatto con l’umanità dei passeggeri e con la loro tragedia” detto con le parole del capo della missione di recupero dei ritratti, Bob Evans. Chissà che quindi non ci siano da altre parti del mondo, negli abissi dei nostri oceani, altre “Gioconde” che attendono solo di essere ripescate e mostrate al mondo.

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