Se un recente sondaggio ha rivelato che gli studenti italiani sono tra i più scontenti d’Europa, è vero pure che nei paesi meno sviluppati i ragazzi percorrono anche chilometri a piedi pur di andare a scuola. La scuola esiste per aiutare i giovani, contribuendo alla loro formazione educativa, intellettuale e relazionale: questo è conosciuto molto bene dagli abitanti degli stati meno avanzati, che perciò riescono a valorizzare la scuola spendendo il giusto impegno di cui necessita (ma non eccessivo). In Italia non si sta male, quindi risulta facile scordarsi di quanto è importante il sistema di istruzione. Siamo forse “abituati troppo bene”, tanto da impedirci di studiare per migliorare noi stessi? Effettivamente è vero, ma solo fino ad un certo punto: non è tutta colpa degli studenti, se non sanno farsi piacere la scuola. Dall’altro lato, quello degli insegnanti, genitori e adulti, spesso ci si scorda quale ne sia il vero fine, quello di aiutare i ragazzi a crescere per poter vivere meglio in futuro; non è la scuola lo scopo della vita dei ragazzi. Insomma, sembra che chi sia incapace di far di conto non valga nulla, quando invece, forse, potrebbe diventare un brillante scrittore. Oppure: se qualcuno non è portato per la punteggiatura, non è degno del lavoro che compie la scuola per aiutarlo, mentre, magari, vorrebbe solo sposarsi e coltivare alberi da frutto. In conclusione, se i ragazzi italiani sono stressati, è perché la scuola chiede loro troppo, ripetendo in continuazione, se non a parole, almeno implicitamente: “se non passi, sei un fallito”. Lo stress si trasmette così, come un virus e in modo implicito, tra professori, ragazzi e genitori, perché si dà troppa importanza ai risultati scolastici. I genitori, abbastanza frequentemente, spediscono i figli in quelle scuole che risultano “più prestigiose”, disinteressandosi delle loro opinioni e con lo scopo di esporli come trofei personali. Gli studenti, sentendo troppa pressione, trovano sfogo nel comportamento in classe; gli insegnanti, arrabbiandosi, sono costretti a indurire i rapporti con i ragazzi e a condividere la propria rabbia con i genitori. Tutte considerazioni che non devono portare a bandire le verifiche o i compiti a casa, ma a invitare gli adulti a ricordarsi che gli alunni sono persone, prima di essere scolari. Invece i ragazzi, quando si dà loro un dito, non devono prendersi il braccio. Tutto ciò non succede là dove, date le difficoltà della vita, si dà il giusto peso ad ogni impegno.

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