Da Milano a Brema, da Caserta a Trieste, da Sassari a Cesena; solo in Italia le mostre canine -nazionali ed internazionali- sono centinaia ogni anno, e riscuotono un ampio successo nella penisola e all’estero, attirando possibili vincitori da ogni parte del globo, lusingati dai ricchi premi in palio. Il business dei concorsi canini è ormai diffuso ovunque, ma la vittoria -ed il cospicuo premio in denaro che essa comporta per il fortunato padrone del quattro zampe gratificato- ha un prezzo fin troppo caro per gli animali. Sono sempre più frequenti, infatti, le vittorie di cani che hanno subito mutilazioni di orecchie o coda, vietate in Italia e in tutti gli altri Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione Europea sui diritti degli animali del 1987. Ma sono davvero le mutilazioni e le amputazioni i mezzi necessari per raggiungere la bellezza ideale? Per comprendere il conflitto che vede lottare tra fronti opposti veterinari onesti e non, padroni e giudici, è necessario dunque tornare indietro al 2010. Il 4 novembre, infatti, la legge n. 201 ratificò il divieto di ogni intervento volto a mutilare gli animali già sancito dalla Convenzione europea. L’ostacolo, però, può essere aggirato facilmente: è sufficiente che si attesti che la mutilazione sia stata resa necessaria da motivazioni medico-veterinarie. E così sono sempre più spesso animali che hanno subito orrende mutilazioni a vincere concorsi di bellezza, affiancati da improbabili certificati sottoscritti da autorevoli veterinari con i quali vengono giustificate le torture subite. Ma le denunce dei veterinari incorrotti non si fanno attendere, dando origine ad un domino di indagini in ogni regione d’Italia e generando nuove domande. Sono senza alcun dubbio necessari controlli più severi sull’intero sistema che gravita intorno ai concorsi di bellezza canini, un business che ormai sfiora cifre inaspettatamente cospicue (per determinate razze canine, in seguito ad una vincita, l’esemplare può giungere a valere persino un milione di euro). Il business dei cani di razza sembra ormai aver passato il segno, giungendo a “ritoccare” un animale, come se fosse un oggetto insignificante, per renderlo più competitivo ed idealmente bello. Ma è davvero necessario mutilare, menomare e recidere per giungere a scorgere la bellezza dell’animale? Sono dati alla luce, allevati e curati solo per essere condannati ad un destino di sofferenze? Siamo accecati dagli artifici, abbagliati dalla finzione, al punto da non accorgerci che la bellezza, la vera bellezza, è semplice ed istintiva, quasi primordiale. Non è di certo una coda mozzata o un orecchio tranciato. La perfezione è insita nella natura, cercarla con altri barbari mezzi sarebbe un madornale errore: è sufficiente guardarsi intorno, per riconoscerla.

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