Ciao, mi chiamo Rhahya. Vivo nella periferia di Lagos, la città più grande in Nigeria. Ci sono persone che considerano la mia città come posto bellissimo, un’oasi nel deserto, ma io, sinceramente, non vedo sta bellezza. Non riesco a vedere la bellezza in nessun luogo, nemmeno nella capanna di lamiera ondulata nel baraccopoli di Lagos, in cui vivo con la mia famiglia. O diciamo con le persone che sono rimasti della mia famiglia. Sette persone insaccate in un tipo di stanza di quattro metri quadri. Non abbiamo un bagno là dentro, ma è sporco lo stesso. Se piove, l’acqua deposita i rifiuti e gli escrementi di migliaia di persone dappertutto, dappertutto c’è quell’odore, quella puzza, quel fango. Ma oggi, oggi non piove. Vedo, che il sole sorge all’orizzonte, dietro i grattacieli della città. Sono le quattro di mattina ma io sono sveglia. Infatti, mi sono alzata già alle tre ed ho camminato un’ora per arrivare al mio lavoro, una fabbrica vecchia dove devo estrarre platino, oro, metallo, tutte le cose che ci mandano ogni giorno dall’Europa. Giorno dopo giorno gli autocarri vengono, pieni di rifiuti, e noi, abitanti del Slum, li dobbiamo elaborare. Tanti direbbero che sono abbastanza piccola per la mia età, ma ho già otto anni e mezza e so che ormai sono io la responsabile per alimentare i miei fratellini. Entro nella fabbrica e inizio subito a lavorare. I metalli che devo fondere producono molto fumo, e spesso non riesco più a vedere dopo un giorno di lavoro. Anche quando non sono qua, i miei occhi sono arrossati e lacrimano, e anche la mia tosse peggiora – la stessa tosse della quale è morta mia madre, e Erhdad, il mio amico migliore. Qualche persona se lo può permettere di avere addosso una mascherina per proteggersi dal vapore, ma noi, noi lo aspiriamo con ogni respiro. I vapori che ci sono a causa del fuoco aperto sono tossici e molto avvelenati. Non so esattamente cosa vuol dire, ma ci sono persone che dicono che i nostri figli e i figli dei nostri figli potrebbero venire al mondo con disabilità, ulcere e minorazioni mentali. Solo perche noi non abbiamo i soldi per comprarci una mascherina o per lavorare un po’ meno. Perciò non voglio mai avere bambini. Anche Erhdad non aveva figli. Lui mi ha raccontato tutto questo. Era molto più vecchio di me ed era sempre un pozzo di scienza. Mi ha detto che il platino e l’oro che estraiamo sono pezzi di cellulari, non quelli che conosciamo noi, ma apparecchi che sono persino capaci di trasmettere video e immagini a colori. Mi ha raccontato che tante persone in altri continenti ce l’hanno, anzi, quasi tutti. E che loro si comprano un cellulare nuovo ogni due anni, o anche più spesso, per esempio quando non gli piace più il colore, o solo se hanno voglia. Mi ha detto che un cellulare del genere costa più di 200 euro qualche volta. Sinceramente, non ci credo. Penso che qualche volta esagerasse anche un po’. Poiché io guadagno 92 centesimi al giorno e lavoro dodici, o qualche volta anche fino a quattordici ore al giorno . Poi mi ha raccontato che le ditte installano degli sbagli volutamente, solo per guadagnare più soldi. Una data di scadenza voluta. Questo, sinceramente, non l’ho capito mai. Vorrei chiedere la mamma che cosa significa. Ma lei non c’è più. Mi manca la mamma. Quando è morta, Erhdad era triste, molto triste. Quando gli ho chiesto che cosa c’era, mi ha solo guardato con uno sguardo molto serio ed ha detto: “Ci lasciano morire tutti. Lo sanno che ci intossicano, ma non fanno niente. Bambina mia, abbiamo una data di scadenza anche noi. Ci lasciano morire senza fare una piega”.
Ma io, io ho solo pensata: nessuno lascerebbe morire la mamma, solo per avere un cellulare di un altro colore, o no?

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