Quando parliamo di smartphone, tablet, elettrodomestici o altri prodotti tecnologici, l’espressione “nuovo di zecca” potrà essere utilizzata per un periodo molto breve. I primi smetteranno di funzionare o funzioneranno male successivamente alla prima installazione di un nuovo aggiornamento, mentre gli elettrodomestici poco dopo la conclusione della garanzia inizieranno ad andare in tilt. Come viene denominato questo fenomeno? Il nome più utilizzato è obsolescenza programmata ma i produttori preferiscono definirla ‘ciclo di vita del prodotto’. Questa volontà di dare una diversa nomenclatura ha l’obiettivo di mascherare le reali responsabilità dell’accaduto, che si possono tranquillamente attribuire alla casa produttrice. Il concetto è semplice poiché se una persona necessita di uno strumento ed è in un certo senso “dipendente” da esso, come accade spesso con gli smartphone, percependo quello in suo possesso obsoleto e assistendo contemporaneamente all’uscita del modello successivo, non esiterà ad acquistarne uno nuovo. Del resto il primo caso certificato di invecchiamento studiato a tavolino risale a 23 dicembre 1924, quando i produttori mondiali di lampadine a incandescenza si riunirono a Ginevra per ridurre la vita di queste ultime dalle oltre 2500 ore, garantite al consumatore prima del patto, a 1000. Ad oggi a conferma di questo invecchiamento programmato vi è la classica frase dei riparatori e dei centri di assistenza: «Spende meno se lo compra nuovo, che a ripararlo», caldo invito a guardarsi intorno dove sicuramente troverà un degno sostituto magari anche nelle vesti di modello successivo ancora più costoso. Per potere ridurre questo ciclo vizioso non resta altro che ribellarsi. Ad esempio in Francia da qualche mese programmare il ciclo di vita di un prodotto è reato. Questo provvedimento porta la firma del pd Luigi Lacquaniti. «Il testo si propone di aumentare il periodo di garanzia dagli attuali due a cinque anni» spiega il parlamentare. «La legge stabilisce anche l’obbligo per le aziende produttrici di fornire i ricambi necessari per almeno dieci anni e di rendere disponibili le istruzioni necessarie alla riparazione». Estendendo questa legge a tutto il mondo sarebbero altissime le probabilità che i prodotti iniziassero a diventare obsoleti molto meno in fretta, poiché a quel punto il fenomeno andrebbe a discapito del produttore. Inoltre la lotta all’obsolescenza programmata è da anni un cavallo di battaglia delle associazioni di consumatori. «È difficile dimostrare in modo incontrovertibile la malafede di un produttore» sottolinea Beba Minna di Altroconsumo, che alla questione ha dedicato un ricco dossier. «Ci sono molteplici forme di obsolescenza programmata, assai più subdole, legate alla moda, per esempio. Senza considerare la faccia forse più inquietante: consumare di più significa produrre più rifiuti». La moda è infatti un altro fattore molto importante perché appunto l’uscita di nuovi modelli influenza molto il consumatore. Ritengo però che il fenomeno si possa risolvere alla radice, poiché avendo degli obblighi riguardanti la lunghezza del ciclo di vita di un prodotto, i modelli successivi tarderanno sicuramente ad uscire rispetto agli standard attuali. Per quanto riguarda invece il consumo, si ritorna sempre al concetto che bisogna stare attenti a non danneggiare ulteriormente l’ambiente con l’accumulo incontrollato di rifiuti, soprattutto per le generazioni future.
In conclusione finché non vi sarà a livello mondiale l’estensione della legge francese, siamo noi a doverci ribellare resistendo all’abbagliante visione di nuovi modelli e verificando meglio le reali possibilità di riparazione.

Renato Regalbuto

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