Siamo ufficialmente entrati da ormai più di quindici anni nel secolo digitale, in cui si sono compiuti passi da gigante dal punto di vista tecnologico, tanto che molti ormai, con una spesa relativamente contenuta, possono acquistare uno smartphone.
Ciò che ci è scappato di mano è il fatto che l’uso di uno di questi aggeggi non viene quasi neanche più considerato l’esercizio di un “potere” quanto l’assolvimento di un “dovere”: tutto si basa su ciò che esso può consentire, partendo dalla comunicazione a distanza fino ad arrivare alle funzioni più banali. Se privarsene per più giorni sarebbe certamente possibile e rilassante, non sarebbe però conveniente: non sapremmo più, ad esempio, contattare qualcuno nel momento del bisogno. Questo risulterebbe molto più facile nel momento in cui più amici, magari di una stessa compagnia, lo facessero, in quanto ci si metterebbe d’accordo faccia a faccia senza doversi sentire digitalmente sui programmi da seguire. Tutto ciò può sembrare una realtà lontana, ma non dimentichiamoci che rispecchia esattamente quello che accadeva fino a venti o venticinque anni fa. Pratiche del genere permetterebbero di disintossicarsi dallo smartphone e, in fondo, faciliterebbero i rapporti rendendo meno immediato modificare appuntamenti o giustificare i propri ritardi, perché si sarebbe quasi costretti a seguire i programmi prefissati. Come sfuggire allora alla tentazione di commentare che “si stava meglio quando si stava peggio”?

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