Giochiamo per divertirci. Giochiamo per trascorrere del tempo assieme agli amici. Organizziamo una partita così, su due piedi, senza un particolare criterio.
Vengono a guardare la partita anche i papà, molto spesso. Iniziano a mettere in ballo le loro teorie, i loro “falli” sbagliati per farci vincere.
Ma è giusto? I genitori, o meglio i papà, sono i nostri arbitri? La vedo un po’ forzata come cosa. Magari non riesco a coglierne completamente il senso, sono una ragazza d’altronde e non so tirare il pallone in una rete di mezzo metro, purtroppo.
Ma immedesimandomi in un ragazzo della mia età, in una partita decisiva ed avere come tifoso sfrenato mio padre, non è una situazione piacevolissima.
Il ragazzo si può distrarre, può non essere se stesso in tutto e per tutto, può comportarsi diversamente. E questo solo perché negli spalti c’è un genitore? Ci sta che il padre tifi per il proprio figlio, che lo inciti a mettercela tutta e dare il massimo, ma non fare l’arbitro.
Oltre che mettere in soggezione il figlio, passerà agli occhi degli altri come un padre troppo apprensivo, troppo attaccato alla vittoria. E uno dei valori della vita non è vincere, ma provarci, qualunque sia l’esito.
Il papà è il nostro tifoso, spera in una vittoria, ma se dovesse accadere il contrario, non farne una polemica.
È solo una partita …

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