Alla fine lo sport è un gioco. Quante volte abbiamo sentito questo semplice detto? Una famosa diceria che in realtà non sembra essere compresa fino in fondo da molti papà, vogliosi di vedere il proprio figlio prevalere in un qualsiasi contesto sportivo, non badando a quello che in teoria dovrebbe essere un semplice svago.
Anche il mio di papà ha avuto una forte importanza nel mio percorso calcistico sin da piccolino, portandomi al campo di allenamento tre volte nell’arco della settimana, oltre che nelle lunghe trasferte sacrificando parte del suo tempo per dedicarlo a me, ma allo stesso tempo non oltrepassando il limite papà-tifoso. Già, perché di genitori capaci di rendere schiavi della prestazione il proprio figlio, oltre che vogliosi in maniera eccessiva della vittoria della squadra di quest’ultimo, ve ne sono anche in abbondanza, un qualcosa che ovviamente non può che destare fastidio oltre che imbarazzo all’interno del piccolo atleta. Come si può essere contenti di un tale papà?
Mi arrabbierei e non poco. Il padre è un po’ il mister al di fuori del rettangolo di gioco, la guida della vita e non sul campo, una figura che deve essere portante nel momento della sconfitta, oltre che gioiosa al momento della vittoria. Un duplice volto che non deve essere confuso con il papà tifoso da stadio, nel tentativo di delineare un padre sportivo e sostenitore al punto giusto.

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