2160. Non è l’anno di ambientazione di un libro post-apocalittico o lo strano nome di una qualche band semisconosciuta. 2160 è il numero dei Daspo applicati durante lo scorso anno. Ora, se non sapete che cosa siano, tranquilli, siete in buona compagnia. Il Daspo è una misura, prevista dalla legge italiana, per contrastare il fenomeno della violenza negli stadi. Ma solo in quelli di calcio? Sì e no: la legge teoricamente viene applicata per ogni sport, ma nella passata stagione i numeri delle sanzioni calcistiche sono circa 25 volte superiori a quelle complessive di tutte le altre discipline. Dati preoccupanti su avvenimenti che, pur dovendo essere tenuti sotto controllo, troppo spesso vengono considerati “normali”. E finiscono per diventare parte di uno sport che non dovrebbe mostrare immagini simili. Si potrebbe obiettare che ciò avviene solamente nelle serie più importanti o nei ‘big match’, ma purtroppo non è così. Queste “dimostrazioni di violenza” sono sempre più diffuse, e non solo in campionati minori o di minime dimensioni. La questione si è ormai estesa anche nel calcio giovanile: possiamo arrivare a trovare insulti negli spalti a partite di bambini di dieci-undici anni. Il problema qui nasce a causa del tifo appassionato dei genitori che, a volte, esagera fino ad arrivare a parolacce o offese. Spesso si può sentir dire che ciò che è più difficile da gestire in una squadra di ragazzi siano proprio loro, i genitori che si sostituiscono all’allenatore e dispensano consigli non richiesti e partecipano un po’ troppo attivamente alle partite. Questo voler partecipare alle attività dei figli può essere positivo, perché si sostengono i ragazzi nello sport scelto e il tifo li può incoraggiare e spingere a dare il massimo. A volte, però, sembra che il genitore voglia mettere in luce il proprio figlio, lodando le sue capacità “che vi hanno fatto vincere la partita” o lamentandosi dell’allenatore se il bambino gioca poco o “la squadra non gli passa mai la palla”. Considerare il ragazzo quasi come una divinità è molto dannoso, sia per gli altri compagni di squadra, costretti a vedersi rimproverata qualunque azione che non lo coinvolga, che per il ragazzo stesso, destinato a non venire apprezzato per ciò che ha fatto, ma a dover ascoltare i rimpianti dei genitori-allenatori per ogni azione sbagliata. Bisognerebbe quindi chiedersi, entrando in un campo per assistere ad una partitella giovanile, se il tifo serve più ai ragazzi o ai tifosi stessi. E poi forse si potrà riuscire a evitare questi episodi.

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Commenti
  1. lucchinimart 4 anni ago

    Ciao ericab dalla redazione veni vidi vici! L’articolo da te redatto mi ha colpito molto,

  2. ziofaffalo00 4 anni ago

    Ciao dalla redazione soviero ma giusto, sono zio Faffalo00.
    Complimenti veramente sentiti per il titolo, molto originale e che ci fa capire bene l’argomento.
    Comunque l’articolo

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