Il calcio è lo sport più seguito in Italia e muove un’ingentissima somma di denaro e di uomini che ogni domenica pagano il biglietto per andare a vedere la propria squadra del cuore giocare e magari anche per sfogare un po’ le tensioni facendo il tifo in modo un po’ esagerato. Però è opinione condivisa che si debba pur sempre restare all’interno di un insieme di regole di decenza che ci impediscono, per esempio, di gridare cori razzisti o di picchiarsi tra tifosi. Sono proprio questi i valori che il proprio padre, quando da piccolo ti porta per le prime volte sugli spalti, ti deve insegnare, indipendentemente da ciò che può accadere nella curva in alcuni incontri particolarmente importanti. Ciò che però preoccupa è quando queste stesse tensioni, che già non sono giustificate in una partita di grande importanza come può essere una finale di “Champions”, avvengono tra gli spalti di una partita tra “giovanissimi” o peggio tra “pulcini” dove i figli dovrebbero guardare i propri genitori come un esempio da imitare. Invece ciò che accade è completamente diverso: sono i figli a dover richiamare i propri padri che spesso non vogliono ascoltare e che sembrano non capire che in campo ci sono due intere squadre che assistono alla scena e che magari vorrebbero divertirsi giocando a calcio.
Ogni anno accadono diversi eventi di questo genere e ancora non si è capito che bisognerebbe smetterla di pensare solo a se stessi ma anche ai propri figli che hanno scelto di giocare per divertimento. Perché è questo ciò che un genitore che si attacca sulle tribune fa: decide di preferire la propria dignità, il proprio orgoglio, che dopo cori razzisti, urla e botte si perde lo stesso, piuttosto che veder giocare il proprio figlio. Perciò, a mio avviso, i ragazzi hanno tutto il diritto di fare i padri e di arrabbiarsi con i propri genitori dopo aver visto scene di questo genere.

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1 Comment
  1. nicotiri 5 anni ago

    Ciao,
    complimenti per l’articolo,

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