“L’Italia è in crisi vocazionale” Queste sono le parole di Ludovico Docimo, presidente della Società Italiana di Chirurgia (SIC), durante il 128° congresso nazionale. Lo dimostrano chiaramente i dati: a livello nazionale rimangono scoperti 193 contratti di specializzazione su 646, con una mancanza di posti coperti del 30% (in lieve risalita rispetto al 37,8% del 2025, ma non abbastanza da colmare la crisi attuale e futura). La prospettiva per i prossimi anni è ancora più disastrosa, difatti, nel 2030 si prevede una totale mancanza di chirurghi in intere province d’Italia poiché oltre il 50% dei chirurghi ospedalieri ha superato i 60 anni d’età ed a fronte di 2.800 uscite previste per pensionamento, i nuovi specialisti saranno meno di 1.300, determinando un saldo negativo di circa 1.500 unità.
Il problema è chiaro e bisogna intervenire immediatamente. Serve certamente un incentivo da parte dello Stato per rendere più appetibili questi posti di lavoro. Infatti anche se le ragioni dell’assenza di giovani in questo campo sono molti, le principali però sono i turni di lavoro massacranti, gli stipendi bassi rispetto agli standard dell’Europa occidentale, l’arretratezza tecnologica negli ospedali e i contenziosi legali cresciuti vertiginosamente (+150%) che terrorizzano i giovani.
Qualcuno potrebbe pensare che basti alzare lo stipendio per rendere appetibile un posto come chirurgo. Ma non è la soluzione definitiva, bensì un inizio: non basterebbe da sola perché o non avrebbe alcun effetto o finirebbe per creare un altro problema.
Da un lato, infatti, questo non risolverebbe le altre criticità, poiché uno stipendio anche irragionevole non potrebbe ricompensare il terrore dei giovani di finire in tribunale, come il rifiuto di affrontare turni massacranti in ospedale che rovinerebbero la vita privata. Anche se dovesse funzionare ci si troverebbe con un altro problema: i pochi giovani che si iscrivono e riescono a entrare a medicina si riverserebbe in chirurgia lasciando, così, scoperti altri settori ospedalieri altrettanto a rischio tutt’oggi. Una misura del genere, quindi, non toccherebbe gli altri problemi e in particolare due che ne rappresentano la radice: il numero chiuso in medicina e la mancanza fisica di giovani in questo Paese. Basti notare che secondo i dati Istat ad oggi siamo la Nazione con meno giovani in percentuale, solo l’11,9%; anche a livello di nascite siamo in deficit, perché nel 2025 sono nate 355 mila persone, mentre ne sono decedute 652 mila dunque con un saldo negativo di quasi 300 mila .
Le conseguenze sul sistema sanitario pubblico saranno drastiche. Infatti, in una rete già in crisi per la generale mancanza di medici, l’assenza di una figura così importante allungherà ancora di più le liste di attesa. Questo spingerà coloro che potranno permetterselo verso le cliniche private, che a loro volta attireranno più giovani a lavorare per loro, creando così un circolo vizioso che farà soffrire ancora di più un apparato già in grave emergenza. A rimetterci saranno soprattutto coloro che, non potendosi permettere la sanità a pagamento, si ritroveranno ad affrontare debiti enormi o cure scadenti. In questo momento servirebbero quindi delle riforme capaci di invogliare i giovani a dedicarsi a questo campo e alla medicina in generale, ma anche misure che vadano a incentivare una maggiore natalità.
Cristiano.Official




