“383.000 denunce nel 2023 all’INAIL, di cui 657 mortali!”

Ogni giorno veniamo travolti da una rilevante quantità di notizie che, il più delle volte, ci turba e ci sorprende in modi inaspettati. Come è possibile che un lavoratore debba morire mentre svolge il suo lavoro?

Se si trattasse di un lavoro in cui si impugna un fucile per combattere il terrorismo a tutela della sicurezza nazionale, potrei anche capire la possibile causa di decesso in una fase di combattimento. Ma, leggere la triste notizia della perdita di un povero operaio di settantasette anni, probabilmente Nonno, oltre che certamente Padre, mentre al buio, con una casacca appena fluorescente, nel mezzo di una autostrada, tenta di segnalare agli automobilisti passanti un imminente pericolo, trascurando in effetti il proprio perché ritenuto parte integrante di un mestiere defraudato dai più comuni criteri di sicurezza, mi lascia senza parole!

Leggiamo articoli su articoli che descrivono ciò che accade troppo frequentemente nel mondo: dalle guerre di potere tra Stati limitrofi che generano vittime ingiustificate alle guerre religiose che mascherano dietro un credo personale la voglia assassina di prevaricare sugli altri.

Eppure gli accadimenti che a volte sconvolgono maggiormente la mia sensibilità sono proprio quelli che fanno meno notizia, meno scalpore, forse. Quelle notizie che sconvolgono appena il tempo necessario per ascoltarle e comprenderle, visto che poi, in certi casi, svaniscono nel cassetto della memoria senza lasciarne traccia.

Sono gli incidenti sul lavoro. Una parola che mette d’accordo tutti, in fondo: “E’ stato un incidente!” Incidente stradale: “purtroppo capita!”. Incidente sul lavoro: “si poteva forse prevedere, ma le circostanze questa volta sono state davvero sfavorevoli e la vittima aveva probabilmente il suo destino segnato!”

 A volte, ci troviamo di fronte a problemi ricorsivi sui quali si discute tanto ma senza fare abbastanza.  Finiamo così per sottovalutare fenomeni complessi riducendoli a semplici statistiche da confrontare negli anni per valutare un trend sulla base del quale le grandi società assicurative, come l’INAIL, calcolano i loro premi.

La morte di una persona intenta a fare il proprio lavoro non può essere compensata da un premio assicurativo, né se è un soldato e neppure, a maggior ragione, se è un operaio che distribuisce birilli al centro di una strada buia, mentre si sfreccia a velocità il più delle volte sopra i limiti previsti ed imposti.

È una tragedia che deve far riflettere per indirizzare tutti noi e, soprattutto, tutti coloro che devono o dovrebbero occuparsi di sicurezza, a ricercare soluzioni concrete per far sì che il lavoro resti solo un diritto dell’uomo senza che si trasformi anche in un pericolo per la propria vita.

Credo che per poter arrivare ad un obiettivo così tanto ricercato e necessario si debbano  semplificare le procedure, redigere leggi più semplici, più leggere e adatte a coloro che, diversamente oggi, magari di fronte a decine di pagine che riassumono i rischi del mestiere, fanno finta di aver letto e, con tanta disinvoltura ed il sorriso sulle labbra, firmano il proprio irrinunciabile scarico di responsabilità con il quale accettano il lavoro, prendono l’elmetto e con fierezza si dirigono a volte verso l’ignoto.

Spingiamo verso una informazione specifica e non generica, schietta e non nascosta, onesta e non fuorviante. Dedichiamo più attenzione alle persone che svolgono mestieri manuali perché magari la lettura non è mai stata il loro forte e proteggiamoli dalla “non informazione” per far sì che ciò che non conoscevano sino a quel momento diventi una futura guida verso una loro maggiore sicurezza. Far sì che tutti siano consapevoli e coscienti dei pericoli che il loro mestiere certe volte nasconde in modo che possano prevederli, limitandone i rischi e, chissà, poter dire una volta tanto: “oggi ho evitato un incidente salvandomi forse la Vita”.

 

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