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Vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se, nel momento di un’emergenza, in ospedale non ci fosse un chirurgo pronto a varcare la porta della sala operatoria? I dati più recenti tracciano un quadro allarmante: quasi il 30% delle borse di specializzazione in chirurgia generale rimane privo di assegnatari, oltre la metà dei medici attualmente in servizio ha già superato i sessant’anni e nei prossimi cinque anni il nostro Servizio Sanitario Nazionale rischia di perderne ben 1.500. Ma le cifre raccontano solo una parte della storia: la vera domanda è cosa stia spingendo così tanti giovani a voltare le spalle a questa professione.

Penso che scegliere di diventare chirurgo non sia una semplice opzione lavorativa, ma un’inclinazione straordinaria che richiede un coraggio e una dedizione immensi, poiché significa accettare di tenere letteralmente tra le proprie mani la vita, le speranze e il futuro dei pazienti. Si tratta di un ruolo di altissima responsabilità di fronte al quale è del tutto naturale provare un senso di timore e di profondo rispetto.

Tuttavia, non possiamo pretendere che le nuove generazioni di neolaureati accettino di farsi carico di un peso emotivo così opprimente all’interno di un sistema diventato ormai insostenibile. È del tutto comprensibile che un giovane medico esiti di intraprendere questo percorso quando si trova ad affrontare turni di lavoro massacranti, retribuzioni sproporzionate rispetto agli standard europei e, soprattutto, una costante minaccia giudiziaria derivante da un contenzioso medico-legale cresciuto del 150% in un Paese in cui l’errore medico ricade ancora nella sfera penale. Pretendere la dedizione assoluta senza offrire tutele adeguate, unite al ritardo nell’aggiornamento delle tecnologie robotiche di ultima generazione, finisce inevitabilmente per soffocare la passione iniziale e spingere i migliori talenti ad abbandonare la sanità pubblica per cercare opportunità nel privato o all’estero.

Ritengo che sia dovere urgente e inderogabile dello Stato proteggere questa professione, fornendo garanzie giuridiche concrete come lo scudo penale, insieme a condizioni di lavoro umane e rispettose. La fuga dal bisturi non è un destino irrimediabile, ma la conseguenza diretta di scelte istituzionali prive di visione. Se vogliamo davvero salvare la sanità pubblica e tutelare il diritto fondamentale alla salute di ognuno di noi, dobbiamo tornare a dare sicurezza, dignità e risorse a chi ogni giorno sceglie di dedicare la propria vita a salvare quella altrui.

Fonti: “Chirurghi in fuga, entro cinque anni l’Italia rischia di perderne 1.500: un intervento su dieci a rischio.” (Panorama della Sanità).

“In Italia mancano 1.500 chirurghi, tra pensionamenti e fughe dal SSN: a rischio un intervento su 10”. (Fanpage.it).

“Sanità, allarme carenza chirurghi: in 5 anni 1.500 specialisti in meno. I dati”. (Sky TG24).

“Sanità, l’allarme: ‘Entro 5 anni molte aree senza chirurghi'”. (TGcom24).

(L’immagine è stata generata con l’AI)

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