In Italia si è verificata negli ultimi tempi una grave diminuzione del numero di chirurghi. Secondo uno studio pubblicato sul “Journal of the American College of Surgeons” e presentato al congresso del Collegio Americano dei Chirurghi, 15 milioni di americani vivono in contee prive di un chirurgo generale. In Italia non abbiamo dati precisi sulle regioni in cui lavorano i chirurghi, ma sappiamo che sono pochi i giovani in formazione e che l’età media dei medici è molto alta. Questa situazione è molto preoccupante per il futuro.
Secondo i dati Eurostat, in Italia oltre il 50% dei chirurghi ospedalieri ha superato i 60 anni d’età. Entro il 2030, quindi entro cinque anni, 2.800 di essi lasceranno i loro posti di lavoro a causa del pensionamento. I nuovi specialisti in entrata saranno invece meno di 1.300. Questo potrebbe portare a una carenza di 1.500 chirurghi generali.
Come dimostrano i dati e secondo “La Repubblica”, sono pochi i giovani che si fanno avanti per affrontare il percorso che poi li porterà a diventare chirurghi, soprattutto a causa dei turni di lavoro insostenibili, degli stipendi che non sono all’altezza degli standard in Europa, dell’aumento delle denunce rivolte ai medici e della scarsità di strumenti tecnologicamente avanzati.
Ritengo che in particolare quest’ultima ragione sia da tenere in considerazione, perché l’aggiornamento degli strumenti e in particolare lo sviluppo delle attrezzature robotiche non avviene ovunque con la stessa rapidità. Per un giovane specializzato poter acquisire competenze più avanzate è una parte molto importante della formazione. Visto che queste opportunità mancano in Italia, i giovani chirurghi sono spinti ad andare a lavorare in strutture private spesso all’estero in luoghi dove le tecnologie sono più sviluppate e dove vengono accolti a braccia aperte vista la notorietà dell’istruzione italiana.
Per i pazienti il rischio è quello di trovarsi a effettuare attese più lunghe e maggiori spostamenti per riuscire a raggiungere ospedali con un personale in grado di intervenire, soprattutto nelle zone del sud Italia.
Una soluzione a questi problemi sarebbe quella di migliorare le condizioni dei chirurghi negli ospedali. Lo Stato potrebbe creare dei fondi da fornire agli ospedali per fare in modo che i salari si adeguino alle inflazioni, oppure si potrebbero introdurre dei “premi” per il raggiungimento di obiettivi e per la qualità delle cure. Un’ altra soluzione sarebbe quella di ridurre le tassazioni sulle ore di lavoro extra e sulle indennità.
Per quanto riguarda i turni massacranti invece si potrebbero aumentare i corsi di tirocinio in modo tale da coprire le carenze di organico riducendo, così, il carico sui singoli. Oppure applicare un limite di 48 ore settimanali massime e il diritto a undici ore di riposo ogni ventiquattro ore. Per migliorare anche la salute mentale e ridurre lo stress causato dal lavoro si potrebbero instaurare degli sportelli di ascolto e servizi di medicina del lavoro. Le soluzioni precedentemente citate dovrebbero essere prese in considerazione in tutta Italia, perché un altro obbiettivo a cui puntare, a mio avviso, è quello di evitare che la sanità vada avanti a due differenti velocità cosicché il diritto all’intervento chirurgico non dipenda unicamente dalla regione o dal Comune in cui si vive. La crisi della chirurgia generale rischia infatti di dividere l’Italia in due, creando cittadini diversi solamente in base alla propria mappa geografica.
In conclusione ritengo che sia fortemente necessario intervenire in questo campo, le soluzioni ci sono e come dimostrato ce n’è molto bisogno, altrimenti tra cinque anni non mancheranno soltanto 1500 chirurghi ma mancherà il diritto stesso ad essere operati in tempi ragionevoli.
Immagine generata con AI









