Coi sessant’anni del gioco da tavolo Scarabeo che sfiorano, fra le notizie in sordina, gli occhi dei lettori, ci accorgiamo quanto questo gioco sia obsoleto.

Ci sembrano sessant’anni un lungo periodo in cui questo gioco si è sedimentato nelle case degli italiani, si è fatto amare, è stato adoperato dai maestri delle elementari; e pressappoco lo stesso ragionamento può essere compiuto per gli altri giochi da tavolo, che ci sembrano manifesto di una cultura atavica e da proteggere.

Eppure questi sessant’anni che sono partiti dal dopo-guerra, un periodo sì vicino nel tempo rispetto ai periodi storici, ma comunque lontano da noi, sembrano estinguersi rapidamente da pochi anni di massiccio, bulimico utilizzo della tecnologia.

Se oggi ancora giochiamo a Scarabeo, a Tombola, a Monopoli e a Risiko – se ancora possiamo dire di poterci giocare! – lo dobbiamo a poche famiglie che consegnano all’eredità dei figli questi giochi, passati ai genitori a loro volta dai nonni.

Questo passaggio di fiaccola va avanti da quando questi giochi sono nati, come ininterrotto.

Ma oggi la tecnologia pare diradare le ore in famiglia dopo cena; nei lunghi, un tempo oziosi pomeriggi.

Un tempo ci si riuniva nei giorni di festa, ma non solo, per celebrare il proprio tempo insieme, per scambiare delle chiacchiere, per fare quattro risate; per suggellare una tradizione trepidante e di lunga data. I bambini non potevano fuggire via e anzi erano proprio loro ch’erano i più ansiosi di partecipare a questi giochi. Ci si sfidava coi genitori, anche di più coi fratelli: scoppiavano esultanze e piagnistei.

Oggi i figli si rintanano nelle loro stanze dopo cena, avvinti dal bagliore del telefono. Anche solo le cene – prima, o ancora oggi in alcuni casi, occasioni di esternare i propri dubbi, di scherzare e confrontarsi – oggi allegano i denti, si risolvono in miseri silenzi se i genitori, presi da un qualche legittimo moto di autorità, vietano ai figli l’uso dei devices. Le tradizioni, se non vengono proprio anche dimenticate del tutto dagli stessi genitori, sono considerate noiose ed insoffribili; e tutto questo non fa che spingere i giovani a tracciare un netto confine fra i divertimenti del mondo di oggi, bulimici e alienanti, e a quelli del passato, di vecchio e incomprensibile costume.

(Non che, ancora, non esistano famiglie che oggi tengono in grande considerazione i giochi da tavolo. Ma sono perlopiù famiglie con figli adulti, universitari o liceali; e i figli del futuro, cioè la generazione Alpha, si sta già abituando a un trend che li consegnerà indifferenti ai giochi di società).

Ma la perdita dei giochi da tavolo non è solo un irrilevante conseguenza del fenomeno del boom tecnologico, degli screenagers, della presenza fondamentale dei social media nella vita di ogni giovane.

No: la perdita dei giochi da tavolo si configura come perdita di una tradizione che toglie dignità all’uomo più visceralmente; e anche se disabituarsi a Scarabeo può sembrare superficialmente come un danno piccolo o nullo (e in effetti perdere solo Scarabeo non vorrebbe dire poi molto), disabituarsi ai giochi di tavolo, non per il danno in sé, quanto per ciò che significherebbe, per ciò che i giochi da tavolo rappresentano, allora questo sarebbe un danno grave e indubbiamente.

Pensiamoci.

Che cosa configura Scarabeo, cosa un qualsiasi gioco da tavolo?

Per essere generici, un gioco da tavolo può essere descritto da tre caratteristiche: è un gioco analogico, per lo più duraturo e per lo più totalizzante, cioè ti costringe a focalizzarti su di questo ignorando il mondo esterno.

Cosa vuol dire disabituarci a un gioco analogico? Semplicemente, raggiungere una grettezza mentale tale da farci ignorare giochi che non ci porgano luci, suoni, caterve di contenuti. Se non riuscissimo più a maneggiare un gioco analogico, a seguirne le regole, per quanto complesse (e ammetto io stesso che certi regolamenti possono richiedere ore per essere compresi), saremmo degli ebeti più totali. E se coloro che sono i più coinvolti nei giochi da tavolo sono giovani ed anziani, scoraggiare l’utilizzo di giochi da tavolo che spesso richiedono basiche, ma non scontate, abilità logiche e di ragionamento, è un crimine. Perché si abbandonano coloro che sono più esposti alla crescita, al bisogno di modellare, addestrare il cervello, a strumenti tecnologici che si basano proprio sulla dipendenza (della memoria, della dopamina), e che dunque impigriscono il cervello se abusati o usati troppo.

Cosa vuol dire disabituarsi a un gioco duraturo? Annullare nei social e in un mondo che sta iniziando a produrre contenuti a ×1,5 un gioco che si svolge su tempi biologici, umani; tempi che normalmente, oggi, verrebbero etichettati come noia o scialacquio, soprattutto davanti a impegni scolastici e personali. Continuare a giocare significa aumentare lo span dell’attenzione, poter restare anche per ore in attesa di un minimo cambiamento di pedine, aspettare che il gioco, il suo filo conduttore ti si dipani davanti. E se eliminiamo tutto ciò legittimiamo i bambini a farsi ancora più dipendenti dalle vertiginose brevità del mondo di oggi, a normalizzare i video da pochi secondi, le canzoni velocizzate, la perdita di tutto ciò che è costanza (uno sport, agli antipodi di una gratificazione istantanea), o scoperta graduale (un libro che non ti viene porto come minestra in bocca).

Cosa vuol dire disabituarsi a un gioco totalizzante? Fuggire dal mondo corporeo, dalla carne che ci circonda; dalle parole, dai tuoi fratelli, dalle relazioni umane. Se il telefono offre molteplici, troppe vie da percorrere che ti rapiscono, che ti conducono all’immateriale, alla comunità ostinata di una giovinezza digitale, in una fuga dal mondo del tuo tavolo, dalla scatola del gioco, allora il gioco sarà cosa ancora oggi che ci arpiona in terra, fra noi uomini, nel mondo di oggi e nel momento di oggi, da apprezzare anche nella sfinita e noiosa durata di ore.

 

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