Negli ultimi tempi c’è l’impressione che sempre più donne occupino posti di potere nel mondo del lavoro; un esempio rilevante è la presenza di un Presidente del Consiglio donna. Sotto questa facciata però l’occupazione femminile risulta ancora oggi intaccata sotto diversi aspetti ed è ben lungi dall’essere considerata alla pari di quella maschile.

Come emerge da un dossier del Servizio studi della Camera, il tasso di occupazione femminile in Italia risulta essere, secondo dati relativi al 2022, quello più basso tra gli Stati dell’Ue (il 55%, a fronte del 69,3% dell’Ue).

Nel nostro Paese è particolarmente sentito il cosiddetto “gender gap“, ovvero il divario nel rapporto tra la popolazione maschile e quella femminile nel mondo del lavoro: le donne occupate sono circa 9,5 milioni, contro i 13 milioni di maschi occupati. A ciò si aggiunge che nel 2022 la retribuzione media annua è risultata costantemente più alta per gli uomini, come evidenzia uno studio dell’Inps: 26.227 euro per gli uomini contro i 18.305 euro per le donne.

Dati di certo non rassicuranti, che hanno radici profonde, insite nella irremovibile mentalità patriarcale. Tale mentalità induce a pensare che se le donne non trovano lavoro è perché non hanno le stesse capacità degli uomini.

Questo pregiudizio viene messa in discussione nel “Global Wage Report” dell’ILO (International Labour Organization): il rapporto mostra che l’istruzione non è, nella maggior parte dei Paesi, il problema principale; le donne salariate in tutto il mondo hanno un livello di istruzione altrettanto buono, se non migliore, rispetto agli uomini. Nei Paesi ad alto reddito, infatti, l’istruzione contribuisce in media a meno dell’1% del divario retributivo di genere.

È evidente quindi che tale accusa sia infondata e basata su pregiudizi della cultura patriarcale, che svaluta la donna e la incasella in ruoli immutabili ed eterni.

Come risultato, la donna si trasforma nell’ “elemento sacrificabile” della famiglia: infatti, nel momento in cui si decide di sacrificare uno dei due redditi perché manca un’alternativa valida (nonni a cui affidare i figli o servizi, ad esempio) inevitabilmente chi viene penalizzato è la donna.

Per sanare questa situazione il Governo attuale ha inserito nella Legge di Bilancio varie agevolazioni a livello dei servizi di assistenza famigliare, il che certamente è utile, ma non è comunque sufficiente a colmare un divario così profondo.

Un altro grande ostacolo per la donna è la maternità: come sottolineato dall’organizzazione no profit italiana indipendente WeWorld, dopo la nascita di un figlio, le madri perdono il 53% dello stipendio nel lungo periodo. Inoltre è stato stimato che alla nascita dei figli, la quota di donne che abbandonano il lavoro è pari all’11% nel caso di un figlio solo, al 17% con due figli, al 19% con tre o più. Queste rinunce sono dovute alla mancanza di programmi a sostegno del ritorno al lavoro delle donne dopo il parto e all’assenza di una equa condivisione dei tempi di cura e accudimento famigliare. Per cambiare questa condizione è necessario promuovere una maggiore redistribuzione degli incarichi famigliari ma prima ancora una rivalutazione del lavoro della donna basato su dati oggettivi, quindi sul curriculum, e non sui pregiudizi.

Un’altra valida soluzione che hanno adottato alcuni Paesi è quella di promuovere la trasparenza retributiva al fine di mettere in luce le differenze tra donne e uomini, richiedendo alle imprese di divulgare i guadagni dei loro dipendenti.

A causa della svalutazione della figura femminile, un’alta percentuale di donne nel mondo è costretta a svolgere lavori poco qualificati e di conseguenza poco retribuiti. Per ribaltare questa tendenza può risultare utile agire direttamente sull’istruzione, ad esempio attirando un maggior numero di donne nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM), che offrono opportunità di lavoro meglio retribuite. Allo stesso modo, potrebbe essere utile attirare un maggior numero di uomini nei settori dell’istruzione e della sanità, ancora oggi trascurati da questa parte della popolazione a causa dei diffusipreconcetti.

Infine, per far sì che i diritti delle donne sul lavoro vengano rispettati, serve che una maggiore percentuale di persone in politica sia donna. Raggiungere questo obbiettivo è a mio parere più complicato di quanto possa sembrare, infatti imporre nei vari settori l’assunzione di un determinato numero di lavoratrici ha come risultato quello di assecondare la mentalità patriarcale poiché alle donne sembra essere riservato un trattamento diverso rispetto a quelli degli uomini.

La strada per raggiungere la parità è ancora lunga, ma non interminabile. Con uno sforzo collettivo è possibile buttare giù il muro dei pregiudizi e sfruttare a pieno il potenziale femminile nella società.

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