Molte sono le polemiche riguardanti le parole di Ghali durante l’ultima serata del festival di Sanremo “Stop al genocidio”. L’affermazione del rapper e il testo della canzone che ha presentato sono intesi come un invito alla pace del mondo o un modo per diffondere odio e provocazioni?

Parlare di pace può essere una questione divisiva a seconda del contesto e delle persone coinvolte. L’utilizzo di una vetrina così potente per trasmettere messaggi di questo genere può portare ad una conseguenza positiva poiché ha spinto a riflettere sulla situazione tragica che si sta vivendo nella striscia di Gaza. 

«La pace è per tutti e non è divisiva. Ci hanno insegnato per tutta la vita le cose in un modo e a un certo punto ci dicono che non si possono più dire»: queste sono le parole che lo stesso cantautore ha pronunciato in risposta alla polemica che lo riguarda. La paura di dire stop alla guerra e stop al genocidio sta diventando una problematica di rilevanza sempre maggiore, non si ha più il coraggio di dire ciò che si pensa per paura di un riscontro negativo. L’invito alla pace non dovrebbe avere questo effetto. Penso che sia fondamentale lanciare messaggi di questo spessore in un palco con una visibilità tanto ampia come quello del Festival di Sanremo. Le parole di Ghali si limitano ad un incoraggiamento al cambiamento positivo e al progresso dal momento che ci troviamo in un periodo storico caratterizzato da guerre e conflitti. 

Spesso la questione della pace assume un carattere divisivo. Il concetto può essere universalmente accettato come un obiettivo desiderabile, ma  le divergenze sorgono nel momento in cui è messo in discussione il suo raggiungimento e le diverse situazioni prese in esame.

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